~ ..la Volpe Funambola ammazzaprincipi.. ~
~ Fragile ~

"...Sometimes it feels it would be easier to fall
than to flutter in the air with these wings so weak and torn..."

Original Blog -> Nepenthe


- EviLfloWeR -

* photos on flickr *
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Lunacy Ph

"Do asilo dentro di me come a un nemico che temo d’offendere,
un cuore eccessivamente spontaneo
che sente tutto ciò che sogno come se fosse reale;
che accompagna col piede la melodia
delle canzoni che il mio pensiero canta,
tristi canzoni, come le strade strette quando piove.
"

- F. Pessoa -

~ REMEDY LANE ~

- We’re going nowhere...All the way to nowhere –



"Forse sono l’uomo con le leggendarie quattro mani
Per toccare, per curare, implorare e strangolare.
Ma io non so chi sono,
e tu ancora non sai chi sono..."

F. R.

Figlia della Luna

27/8/2010


[Preludio...]

~ Neverwinter. Casa popolare. ~

“Guarda papà! Sheela ha comprato le patate, così fa il piatto che piace tanto a te!”
La piccola dai capelli dorati come il grano d’estate fissava l’anziana figura del padre con i suoi vivaci occhioni azzurri, sorridendogli ampiamente e correndogli incontro con tutto l’entusiasmo che solo i cuori innocenti sanno avere.
“Piccolo angelo, stai attenta…c’è tintura fresca lì!”
Il tono affettuoso del padre fece sì che non suonasse come un rimprovero. Intento a lavorare su alcuni pezzi di legno intagliati, che sarebbero andati a formare balocchi colorati delle più svariate forme, teneva un occhio vigile sulla figlia che si aggirava intorno curiosa.

Oltre la finestra aperta i raggi del sole al crepuscolo illuminavano una figura di ragazza con un cesto in grembo, intenta a pelare patate e a canticchiare sommessamente un motivetto.
Si sarebbe detto fosse la madre della bimba, ma a guardarla bene il suo volto tradiva un’età precoce, sebbene il suo sguardo fosse velato dall’aria triste di chi ha dovuto crescere in fretta.

“Sheela, stasera Selune ricomincerà a crescere! Posso restare alzata un po’ di più per vederla? Posso, posso?”
Le mani della bimba tiravano debolmente un lembo di gonna della sorella maggiore, e i suoi occhi imploranti non sembravano ammettere risposte negative.
Un lungo sospiro della ragazza più grande voleva farla stare sulle spine ancora un po’, ma era troppo difficile resistere al candido sorriso di un piccolo angelo biondo.
“E va bene Liv, ma voglio vedere se hai imparato per bene i nomi delle costellazioni come dice pap-”
La piccola non le lasciò nemmeno il tempo di finire, che già le aveva gettato le braccia al collo strapazzandola affettuosamente e riempendola di baci.

~ Qualche tempo dopo. ~

“Sedici anni…domani saranno sedici. Credi che Sheela tornerà per la mia festa?”
Il padre, adagiato su una cigolante sedia a dondolo, fissava la ragazzina appollaiata sulla finestra con lo sguardo fisso verso la strada.
“Certo che tornerà angelo mio, tua sorella ti vuole bene, lo sai.”
No che non lo sapeva, o meglio, aveva iniziato a dubitarne da qualche tempo, da quando Sheela aveva iniziato a frequentare un uomo più grande, che la corteggiava e si diceva intenzionato a prenderla in sposa.
Alla piccola quell’uomo non piaceva, le sensazioni negative che percepiva in sua presenza la facevano stare in continua apprensione, e più Sheela stava lontana da casa, più Liv soffriva per la sua mancanza e per l’inquietudine che la attanagliava come una morsa continua allo stomaco.
Parlare di questi suoi dubbi con Sheela non aveva fatto che peggiorare le cose: la sorella amorevole che le aveva fatto da madre iniziava a sembrarle sempre più fredda e distante, e Liv non aveva altra consolazione che quella di pregare tutti gli Dei giusti, attendendola ogni sera seduta alla finestra, in compagnia soltanto della silenziosa luna ammantata di stelle.

*.*.*.*.*.*

Ricordava ancora perfettamente l’ultima volta che l’aveva vista: i suoi capelli corvini raccolti con meticolosa precisione, e quello sguardo una volta caldo e rassicurante che si era fatto vacuo e gelido.
“Non cercare di piagnucolare sorellina, io devo andare.”
L’aveva salutata in tutta fretta, dopo aver recuperato qualcosa dalla sua stanza, e se n’era andata di corsa, verso l’uomo che restava ad attenderla in fondo alla via, sagoma nera in controluce stagliata contro il cielo infuocato del tramonto.
“Le stelle ti guidino, sorella, sul luminoso sentiero della Vergine Argentata.”
Poche parole di speranza spentesi in un silenzio senza risposta.

*.*.*.*.*.*

Era una notte senza luna, e le ombre degli alberi che si agitavano nel vento si potevano a malapena percepire nell’oscurità fitta e quasi palpabile. I cani nel cortile continuavano ad abbaiare impedendole di dormire; la casa era vuota, suo padre sarebbe stato via ancora qualche giorno per questioni di lavoro.
Liv non temeva la solitudine notturna, anche se l’assenza di luna le dava una leggera inquietudine che non riusciva a scrollarsi di dosso.
Misto al suono del vento e all’abbaiare dei cani le sembrò però di udire strani rumori che la fecero trasalire. Si alzò dal letto e si affacciò alla finestra, ma solo il buio regnava oltre il suo sguardo.
Si infilò una veste leggera e scese le strette scale di legno, fino a trovare una candela con la quale sfidare l’oscurità. Quando raggiunse l’uscio di casa trovò un fagotto abbandonato davanti alla porta, un fagotto che emanava uno strano odore.
Timorosa, non seppe comunque resistere alla tentazione: lo raccolse e lo aprì.
Conteneva la collana di Sheela: le stesse ametiste che un tempo ornavano il sottile collo della loro madre defunta erano adesso ricoperte di sangue, e abbandonate a loro stesse come cocci infranti di una vita spezzata.
“Impara a temere l’oscurità” – poche parole vergate su un pezzo di pergamena, che a stento Liv riuscì a leggere tra le lacrime.

*.*.*.*.*.*

Il giaciglio che le avevano assegnato vicino al tempio, e che condivideva con le altre ancelle di Selune, non era poi così scomodo come le era sembrato a prima vista. Dalla posizione che le era stata data poteva udire distintamente le cantilene intonate dai sacerdoti da un lato, e dall’altro il vociare degli orfani nei dormitori accanto. Tutto questo la aiutava ad alleggerire il suo cuore, e a concentrarsi soltanto su ciò che la Dea le ordinava.
I ricordi di quella notte si accavallavano confusi nella sua mente, lasciandole addosso l’ombra opprimente di un incubo fatto di sangue e lacrime amare. Non avrebbe saputo dire cosa fosse successo poi, né quanti giorni fossero passati prima di riprendersi dallo shock.
Di Sheela non erano riusciti ad avere nessuna notizia: scomparsa, inghiottita da una voragine nera che l’aveva portata via dalle persone che la amavano.

Così suo padre aveva deciso che le avrebbe fatto bene cambiare aria, trovare nuovi scopi e obiettivi nella vita che la distogliessero dai brutti ricordi. L’aveva quindi accompagnata a Waterdeep, dove avrebbe potuto essere iniziata al tempio di Selune, seguendo la sua propensione nello studio dell’astronomia, e sublimando la devozione per Selune che aveva dimostrato sin da piccola.

~ Elesias. 1375. Lungo la via del Commercio. ~

Una ragazza vestita in semplici abiti da viandante, senza particolari segni distintivi che ostentino la sua fede e con poco bagaglio appresso, si ferma ad un crocevia per offrire del pane e dell’acqua ad un anziano che chiede la carità.
“Non dovete mai perdere la speranza buon uomo, non siete solo. Le stelle veglino sul vostro cammino”
Pochi gesti e una breve benedizione appena sussurrata, per poi tornare sul sentiero polveroso, guidata dal desiderio di adempiere alla propria delicata missione.



“Gli Occhi della Donna Vigile…dove Selune osserva…”

Lo sguardo stanco e velato di una remota nostalgia si perde in lontananza verso la calotta celeste ammantata di quieto buio. Gli occhi della ragazza scorrono le forme luminose di una costellazione distante, colmi di devozione e di speranza accarezzano le stelle distanti, che agghindate del loro bagliore candido troneggiano ad ovest.
Sussurri rotti da lunghi silenzi si perdono nella quiete notturna, e come diafane farfalle si librano verso il cielo le preghiere di un cuore devoto alla Vergine lunare.

“Un dolce concerto notturno, inno di un'adunanza di stelle.
Luna sussurrami dove andare.
Bagliori argentei guidatemi sul luminoso sentiero.”


Una volta che il cuore è ricolmo di serenità e pervaso da sempre più vigorosa devozione, la ragazza si accinge a scrivere una lettera per la Sacerdotessa del tempio di Waterdeep che le ha fatto da guida spirituale, e che ancora vigila sul suo operato di novizia.


~.~.~.~.~.~.~.~.~.~.~.~

Madre lunare, Cassima vi arrida in queste notti di fine estate.

Vi scrivo da Baldur’s Gate, dove sono giunta senza particolari intoppi e con il favore delle mie stelle guida. La via del commercio è stata lunga da percorrere, e la costa occidentale mi è sembrata infinita, ma molte cose ho potuto vedere, e in molti cuori ho potuto instillare un piccolo seme di speranza.

Ho fatto sempre come mi avete comandato, coltivando la fede in cuor mio, ma senza palesarmi per ciò che sono. Sono sempre più convinta che a volte un caldo sorriso e delle parole gentili scaldano i cuori più di una predica ben formulata, e mi chiedo se ora state corrugando la vostra fronte sussurrando con tono severo che sono la solita indisciplinata dalle idee bizzarre. Mi mancate così tanto che subirei volentieri una delle vostre ramanzine pur di rivedervi. Ecco, ora spero stiate nuovamente sorridendo.

Ad ogni modo, vi scrivo per aggiornarvi su ciò che mi è accaduto fin’ora in questa caotica ed affollata città.
Alcuni uomini dall’animo gentile mi hanno accolta offrendomi aiuto e sostegno anche sulle più piccole cose, facendo in modo che non avessi mai il tempo di sentirmi sola o spaesata in una città lontana.
Messer Belgariath è un signore molto distinto, dai modi cortesi e davvero amabili, ma ciò che me lo ha fatto subito risultare familiare è la sua sagoma rubiconda che mi ricorda tanto mio padre da giovane, quando eravamo modestamente benestanti e lui mangiava tanto.
Aengus e Kalam sono una strana coppia di amici, l’uno gentile e premuroso, sempre a modo e controllato, l’altro irriverente e sfacciato, scherza spesso su cose al limite della decenza, e mi mette estremamente a disagio.
Per far sì che io non corressi pericoli, hanno assoldato uno straniero, un mercenario che si fa chiamare Akatis, dalla testa pelata e lucida come la superficie calma di un lago. Ha il carattere di un puledro senza briglie, e a volte agisce senza pensare dimostrandosi una vera e propria testa calda.
Ma questo non toglie che abbia buon cuore, e che sia il mio eroe. Ha sacrificato la sua vita per salvare la mia, e anche se lui non lo ammette, voglio pensare che l’avrebbe fatto ugualmente, anche se non fosse stato per soldi. Scorgo molto in lui oltre la superficie: miniere ancora nascoste e inviolate di doti che potrebbero renderlo una persona migliore. Se Selune me lo concederà, cercherò di mostrargli le sue stelle guida.

Ci sono altre persone di cui vorrei parlarvi, per rassicurarvi sul fatto che qui sono in buona compagnia, ma il tempo mi insegue e mi urge avvisarvi di una cosa che mi sta molto a cuore.
Qualche notte fa ero in compagnia di un bizzarro gruppo di gente, poco fuori dalle mura cittadine, quando una creatura di grosse dimensioni e dagli occhi di fiamma ci ha attirati nel bosco nel tentativo di capire di cosa si trattasse.
Ignari del pericolo che correvamo ci siamo inoltrati troppo, e siamo finiti preda di un rituale spietato che i seguaci di Malar compiono ad ogni stagione. Un branco di belve crudeli ci ha assaliti mentre prestavamo soccorso ad un uomo nudo e ferito.
Un mannaro, Madre. La Dea mi perdoni se non ho compreso subito che il suo cuore era puro, e che più di ogni altra cosa avrei dovuto pensare a difenderlo, quando mi fissava intensamente ed io tentennavo in preda alla diffidenza. E’ solo grazie a lui che mi sono potuta salvare dall’attacco dei lupi, ed ora non posso che pregare perché lui continui a seguire la luminosa via del benevolo influsso lunare, sfuggendo ai predoni che gli danno la caccia.
Del nostro gruppo nessuno ha riportato gravi lesioni, ma una ragazza ed un uomo sono stati morsi. Non sapete quanto sia frustrante per me essere ancora così incapace, e non aver approfondito gli studi che mi avrebbero permesso di aiutarli tempestivamente. Ma gli dei giusti vegliano, ed un sacerdote più esperto di quanto forse io sarò mai ha saputo annullare la maledizione prima che questa diventasse perenne.

Vorrei tanto che voi foste qui a darmi i giusti consigli, Madre. Ma forse è bene così, che io debba cavarmela da sola.
Le mie preghiere sono sempre con voi e con le mie sorelle. Selune vegli e le stelle vi guidino.
Con affetto e devozione,
Liv.



Un continuo e sommesso vociare giungeva dal piano di sotto, animato dalle chiacchiere degli avventori della locanda, dando alla ragazza l’impressione di non essere mai completamente sola, e permettendole di addormentarsi serena come quando a Waterdeep alloggiava nel grande dormitorio con le sue sorelle.
Aveva affittato la solita stanza anche quella notte, e dopo aver chiuso la porta a doppia mandata si era dedicata al consueto rituale che era solita eseguire ogni giorno prima di dormire.

I pezzi metallici dell’armatura venivano via uno ad uno, con una lentezza dovuta alla complessità di una corazza completa, liberando poco alla volta le forme morbide e candide del suo esile corpo. Quell’operazione le permetteva di avere molto tempo per pensare, e solitamente le piaceva farlo tirando le somme della giornata vissuta, ringraziando di conseguenza la sua Dea per averla guidata sul giusto cammino.

Dopo aver poggiato i vari pezzi di ferro con meticoloso ordine accanto al letto, solitamente sedeva davanti allo specchio, dedicandosi a pettinare con quieta lentezza le morbide ciocche che le ricadevano sulle spalle, e rimirando senza alcuna vanità il suo viso riflesso.
Spesso il suo volto le appariva provato e stanco dopo un’intensa giornata, ma non perdeva mai quel vago alone di giovanile vitalità e di caparbia determinazione. Liv sapeva bene che per quanto scavate potessero essere le sue occhiaie, o per quanto pallido il suo volto dopo un lungo viaggio o qualche brutta avventura, le sarebbe bastato sorridere per ritrovare la luce che costante ardeva nel suo cuore, quella luce che poteva squarciare le tenebre, e che inginocchiata innanzi all’Alta Sacerdotessa aveva promesso di portare a chiunque avesse incontrato lungo il suo cammino.

Terminato l’abitudinario rituale, che ormai eseguiva con la quotidianità di gesti che si ripetono sempre uguali scandendo il ritmo giornaliero dell’esistenza, si accoccolò sul letto avvicinando le ginocchia al petto, e tenendo in grembo un libricino rivestito di pelle che odorava di “nuovo”.
Rimase qualche minuto assorta a fissare innanzi, picchiettando il pennino sulla guancia, intenta a cercare un inizio decente per il suo diario.
Infine sbuffò lievemente ed aprì con un gesto secco e deciso sulla prima pagina.
“Al diavolo, tanto non lo legge nessuno” – si disse. E prese a scrivere.


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Mi chiamo Liv Moonshadow, e sono nata nel sottoportico di un’umile abitazione popolare nella periferia est di Neverwinter, in una notte d’inverno. Mio padre racconta che mentre tornava a casa quella sera si era soffermato ad ammirare sulla superficie liscia e specchiante del fiume Neverwinter la conchiglia argentata della luna, che coi suoi bagliori incantevoli gli aveva rapito il cuore.
E non diceva il falso, poiché il calcolo astrale del mio oroscopo, che ho imparato a fare durante gli anni di studio a Waterdeep, gli da conferma: sono nata in una notte di Hammer, Selune era piena, Ieriyn splendeva a nord, e le costellazioni celesti mi hanno accolta nel segno della Chimera.
Il racconto di mio padre poi di solito prende pieghe favolistiche, e adoro starlo a sentire, anche se entrambi sappiamo bene come finisce la storia…sappiamo bene che non è possibile raccontarla in modo obiettivo, perché non esiste un modo obiettivo per ammettere che mia madre dovette morire in una notte tanto bella.
Si chiamava Livien, mia madre, e se n’è andata sotto le stelle, lasciandomi viva per portare il ricordo del suo nome nel mio.

Mi chiamo Liv Moonshadow, e sono un’ancella di Selune.
Alcuni pensano che un chierico nasca predestinato, altri credono che la chiamata possa giungere in seguito alle scelte che noi compiamo.
Io credo di non aver mai avuto scelta: per me la fede è prima di tutto un amore totale e pervasivo che provo per la Dea, e che muove ogni mio passo nella sua direzione, rendendo qualsiasi ostacolo mai troppo grande da non poterlo oltrepassare.
La mia fede cresce insieme a me, riempiendo la mia vita, e colmando i vuoti che la spietatezza dell’esistere ha cercato di scavare nel mio cuore.
Le stelle mi guidano e trovo in loro tutte le risposte di cui ho bisogno. La mia giovane età mi rende inesperta e al tempo stesso assetata di vita, bisognosa di crescere, di imparare, di sapere.
Come l’influsso lunare permea l’esistenza umana sin dai primordi, così io mi lascio cullare dal seme lunatico che Lei ha coltivato nel mio animo.

Mi chiamo Liv Moonshadow e sono solo una giovane inesperta dal cuore puro e dal dolce sorriso benevolo, che cerca di farsi strada nel mondo armata di una mazza troppo pesante, e sostenuta da ideali così grandi da farla sembrare un’illusa agli occhi della gente comune.
Nascondo dietro la mia timidezza ciò che non riesco a dire di me stessa, e celo agli occhi del mondo la mia profonda fede, perché così mi è stato ordinato.

Questo è tutto quel che di me si potrebbe dire, tutto quello che si dovrebbe sapere e che può risplendere ben visibile, illuminato dalla Sua irradiante luce.
Quel che serbo nelle ombre, dal lato opposto della luna, non è meno importante, ma non amo tormentare i fantasmi che ho sepolto nel mio cuore, e sono fermamente convinta che l’equilibrio tra la luce ed il buio debba sempre essere mantenuto.

Vivo attualmente a Baldur’s Gate, dove conduco una vita di basso profilo, nell’intento di adempiere alla mia missione senza espormi più del dovuto. Sì, questo in linea teorica. La verità è che troppo spesso mi mordo la lingua e mi riesco a fermare giusto un istante prima di fare qualche istintiva cazzata. E’ difficile per me mentire, o anche solo “evitare di dire” qualcosa, soprattutto non poter parlare della mia unica ragione di vita: la fede.
Comprendo le preoccupazioni della Madre Lunare: questa città è caotica, affollata, spesso solcata da gente di passaggio, gente di qualsiasi tipo. Fatico ad avere dei pregiudizi sulle persone, e spesso mi sforzo per scorgere soltanto ciò che di buono brilla nella profondità dello sguardo di uno sconosciuto. Mi piace pensare che non esista oscurità che non possa essere squarciata dal fulgore della luce divina, e considerarmi strumento affinché ciò possa avvenire.
Sto intrecciando rapporti di vario tipo, con le persone che ho conosciuto. Di qualcuno già mi fido, per qualcun altro nutro ancora diffidenze che mi auguro di dissipare presto, come nubi scacciate dal vento.

Inizio a nutrire una grande ammirazione per una donna mulan, una mulhorandi di nome Naeemah. Tutto ciò che la rende così diversa è fonte per me di una curiosità fatta di voglia di comprendere una cultura distante ma piena d’onore. E allo stesso tempo vedo in lei una bellezza senza pari, una bellezza fatta di uno strano miscuglio di virile determinazione, fierezza, valoroso coraggio, eppur femmineo istinto protettivo e dolcezza nascosta. E’ diversa da me come lo possono essere il sole che lei venera e la luna che io servo, ma combattiamo entrambe per la luce, e tanto mi basta.

Poi c’è Shaundral, la stella alla deriva che non si è mai in grado di definire con certezza, e lui è proprio così: un satellite sempre in orbita che non è possibile imbrigliare. Sparisce e riappare di continuo, eppure quando c’è bisogno di lui non si tira indietro. Ha promesso che mi aiuterà con questa storia dei licantropi, e mi sento di dargli la fiducia più completa, dopo che mi ha soccorsa e salvata dall’attacco di un orribile aboleth. E’ stato qualcosa di indescrivibile, un dolore così lancinante da annullare la mia volontà. Non saprei nemmeno dire quanto tempo io sia stata preda degli spasmi causati da quell’infame malattia, so solo che se sono riuscita a salvarmi è grazie a lui e ad un anziano e burbero druido delle foreste.

In questa città sembra di non potersi sentire al sicuro in nessun luogo, dato che il caos regna ovunque, e tra licantropi malariti, kuo-toa avvistati al Ponte, aboleth spiaggiati sul molo, e omicidi misteriosi, è davvero difficile dormire sonni tranquilli.
A proposito di dormire, credo sia meglio se ora mi concedo un po’ di riposo. Ho bisogno di essere in forze domani, per qualsiasi evenienza.
Sogni di stelle a chiunque riposi sereno nel nome del bene.


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Soddisfatta di essere riuscita ad iniziare un diario come si deve richiuse il libro e si lasciò cullare da un lungo sonno ristoratore.

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Serrò la porta dietro di sé, poggiandovi poi la schiena per qualche attimo, socchiudendo gli occhi ed inspirando a fondo per scaricare anche la tensione di quella giornata.
Una volta indossata la soffice veste da notte si stese sul letto semi prona, e addentando un pezzo di torta fatta in casa che aveva rimediato dal panettiere, aprì il diario sfogliandone le poche pagine vergate con una scrittura corsiva e piuttosto minuta.

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Il tempo mi rincorre come un’ombra furtiva alle spalle, mio caro amico, senza darmi modo di fermarmi a valutare se la direzione che sto prendendo è quella giusta.
Eventi nefasti hanno continuato a colpire questa bizzarra città, ma più mi addentro in questa storia, e più mi sembra di essere vicina a trovare i capi di un’intricata matassa. Il problema è che pur trovandoli non saprei come sbrogliarla senza rischiare di complicarla di più.

Ho rivisto quel licantropo, Hares è il suo nome. Gli altri sono riusciti a seguirne le tracce, nonostante fosse braccato da quei malariti, e a trovare la stanza dove si nascondeva. Poi Frum mi ha detto che poteva portarmi da lui, e nonostante il tempo fosse poco e il rischio elevato, non ho potuto fare a meno che correre al luogo dell’incontro ansiosa di accertarmi che stesse bene.
Ci siamo inoltrati nella boscaglia, tra le alte fronde che celavano la luce lunare, e in un rifugio di fortuna lui era lì ad attenderci. Stava bene, sì, ma ciò che aveva da dirmi mi ha fatto comprendere in quale abisso di tristezza e disperazione abbia vagato fino ad oggi.

E’ stato strano, vedere il suo sguardo così rapito e infatuato del mio, e sentire il suo tocco pieno di amorevole tepore. So che non è di me che è innamorato, ma del riflesso di Selune che scorge nel mio animo, però le sensazioni che mi ha trasmesso mi hanno quasi stordita, annullata, per poi invadermi il cuore facendo crescere in me una forza che non credevo di avere. La paura è svanita, e d’un tratto desideravo soltanto proteggerlo, in nome del Suo occhio lucente che ci veglia dall’alto, a qualunque costo, a qualsiasi prezzo.
Mi ha chiesto di lasciar stare, di tirarmi fuori da questa storia per non correre pericoli, ma ora più che mai so che invece non posso più esitare.

Sua moglie è diventata una di loro, il suo animo corrotto serve il Signore delle bestie, e lo spietato capo del clan degli inesorabili, Gudrash, l’ha presa come sua compagna. Ora danno la caccia a lui, ma quel che è peggio, è che anche la loro figlia, Giada, è in pericolo. Quanta tristezza ho visto nei suoi occhi, eppure la determinazione che lo animava mi ha fatto comprendere che il suo cuore è forte, e che non vi è abisso così profondo dove non possa giungere un timido raggio lunare ad infondere nuova speranza.
Quel Gudrash ha un amuleto che gli permette di comandare sul clan, un amuleto che solo un licantropo può portare. Lo troveremo, e faremo in modo che sia Hares a guidarli, per fermare le stragi che stanno compiendo.


Shau dice che questo non basterà, che è necessario annientare per sempre quelle belve e quell’oggetto. E non posso che dargli ragione, ma ancora non so come fare. Una volta in possesso dell’amuleto la cosa fondamentale è che Hares non si lasci pervadere dalla corruzione, ma io non credo che ciò possa accadere, non “voglio” crederlo.
Presto torneremo ad agire, ma adesso la testa mi scoppia…ho così tanta confusione nella mente, amico mio, così tanta…

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Mentre esitava su quell’ultima riga il pennino premuto sulla pagina sparse un’ampia macchia d’inchiostro che impregnò la pergamena. La ragazza aveva ricominciato a mordicchiare con un lieve nervosismo la punta dell’indice, per poi sbuffare seccata nell’accorgersi di quel suo gesto, e borbottare qualcosa di apparentemente insensato sulle poesie e sulle teorie bislacche.

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Tra le lenzuola scomposte da un sonno agitato, il corpo esile della ragazza giaceva abbandonato in un sonno profondo d’oblio. Il viso candido, di una bellezza acerba, era ancora rivolto verso la finestra dalla quale filtrava la luce lunare, e il pallore di quel volto diafano, immobile nel sonno, le dava l’aria di qualcosa di irreale, fragile e precario.
Accanto al suo corpo addormentato era rimasto un diario, abbandonato tra le coperte, aperto sull’ultima pagina vergata d’inchiostro.
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A Sheela dicevo sempre che ogni stella è illuminata affinché ognuno possa un giorno trovare la sua. Perché tutti abbiamo delle stelle che ci guidano, e anche se non lo vogliamo loro ci assistono tracciando per noi cammini invisibili cosparsi di polvere argentea.

E quando all’orfanotrofio il piccolo Jeff piangeva a notte inoltrata lo portavo con me sul balcone, e indicandogli la luce di Selune gli raccontavo le fiabe più belle.
“Quando gli uomini impareranno a guardare le stelle” – gli dicevo – “nel loro cuore si leverà, carico di profumi, il vento della notte. Sulle foreste, sul lago, sulle città, le nuvole fluttueranno tranquille. Allora le stelle inizieranno a cadere copiose, e come la rugiada copriranno ogni cosa. Nel disegno tracciato dall'invisibile nastro divino, tutte le costellazioni crolleranno a una a una, e sembrerà che lo facciano danzando. D'allora in poi le stelle dimoreranno nella nostra anima, e forse torneranno ancora quei giorni in cui gli uomini erano dolci e meravigliosi come gli Dei.” – allora lui sorrideva sereno, e sapevo che il suo cuore era nuovamente sgombro dalla paura.

Adesso invece sono io ad avere bisogno di qualcuno che mi prenda per mano e mi indichi una luce da seguire, e so che è Selune a farlo per me, ma mi parla in colori che non riesco a comprendere, e prego ogni notte affinché il suo silenzioso linguaggio diventi per me certezza.
Sono così inesperta e così sperduta, ma non oso arretrare ora che ormai ho intrapreso il cammino.
A volte guardo Selune riflessa sul Chiontar, e lontano le vele che salpano mi rendono triste. Il mio essere mi è estraneo, e sogno senza vederli i sogni che ho. La vela passa, ma la notte resta, e mi perdo nell’immenso del cosmo cercando una stella nomade.

"Non è stato di proposito, no. Ma i suoi gesti innocenti toccavano il cuore come invisibili serpenti. Non è stato di proposito.
Con la notte tutto si placa, il cielo freddo è trasparente. Nessuna pioggia si rovescia.
E non so se provo pena o allegria dell’assente pioggia e della notte serena. I miei sentimenti sono orme, solo il mio pensiero sente. La notte si fredda di astri."


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Quando il sole scompare inghiottito dall’orizzonte distante, e la stanza rimane immersa nella silenziosa melodia delle cose mute, l’animo si prepara ad accogliere il dolce sollievo notturno.

Nella semioscurità della camera dove la ragazza alloggia la luce si è trasformata in una strana nostalgia, perpetrata solo dalla lenta danza di candele che si consumano come due amanti.

















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Sette corde di nostalgia su un triste violino, e la sua voce distante che riecheggia oltre il fiume. Mi sembra di rivedere le montagne lontane dove inizia il gelo, i colori del nord ed il lamento funebre di uccelli notturni sotto una luna piena.
Quando penso alla mia casa mi pervade la più intima felicità mista al più profondo dei dolori, ma mi chiedo se quelle ferite con le quali ancora cammino possano impedirmi di procurarmene altre.
Immagino le mie piume candide come la neve, e non saprei dire se un po’ di quel gelo che porto con me sia riuscito a sciogliersi in questi anni di profonda dedizione nei confronti di Lei, e di intenso affetto per tutti coloro che ho promesso di aiutare.

Naeemah dorme nel letto accanto: ha un sonno silenzioso e disciplinato come se anche in uno stato di incoscienza fosse in grado di dominarsi. Ultimamente si separa a stento da me, e dice che dormirmi accanto la fa stare bene.
Non potrei mai negarle il mio affetto, soprattutto ora che inizio ad intravedere la fragilità del suo cuore, ben schermato da una corazza dura e stratificata da anni di rigida disciplina. Fatico ancora a comprenderla a pieno, ma mi riempie di gioia vederla sorridere, o addirittura imbarazzarsi, quando è sola con me e si lascia un po’ andare.
Ho quasi il sospetto di piacerle, e intendo in un modo diverso dall’amicizia, ma in certe questioni sono così imbranata ed inesperta che probabilmente ho solo mal interpretato.
La cosa certa è che mi fa sentire protetta, e anche se la mia testa dura continua a chiedersi perché diavolo tutti siano così preoccupati di proteggermi, in fin dei conti non è poi così male avere un saldo scoglio al quale appigliarsi.

Devo sembrare davvero una mina vagante sperduta, se tutti si prodigano tanto a raccomandarmi di stare attenta e non mi vogliono mai lasciare sola. Naeemah dice che sembro uno di quei gattini smarriti, morbidi di pelo, e che si tengono su una mano nel tentativo di preservarli dai pericoli; ma non ha ancora capito quanto sia grande la mia fede, e quanto poco mi importi della mia vita se per servire la Dea devo rischiare tutto.
Vorrei solo essere davvero in grado di cavarmela da sola, senza coinvolgere le persone a cui mi sto affezionando in qualche casino che mi riguardi. Ma inizio a capire che più mi avvicino a qualcuno, e più sono costretta a scendere a compromessi, a tessere trame invisibili che un giorno potrebbero impedirmi di agire troppo a cuor leggero, costringendomi a pensare non più soltanto a me stessa e ai miei doveri di serva di Selune.
Non avevo più considerato la possibilità di legarmi tanto a qualcuno, dopo la perdita di Sheela e gli anni di intenso studio e casta devozione al tempio. Messa di fronte a una vita mondana, dove sono sì una Sua serva, ma anche semplicemente una ragazza comune, ho capito che sono davvero una frana e un’ingenua su alcune cose che altri reputano usuali.

Penso a Naeemah, accarezzata dalle morbide pieghe dell’abito scuro, che regge un libro tra le mani come fosse qualcosa di estremamente prezioso, e abbassando il tono della sua voce mi legge parole a cui non riesco a dare un significato. E poi le sue domande, la sete nei suoi occhi mentre cerca una risposta nei miei, e io non vedo altro che nebbia.
Adesso potrei scoppiare a ridere al ricordo di quel momento, a come fossimo ridicole nel tentativo di dare spiegazioni logiche a qualcosa che non si può che afferrare col cuore.

Non sono ancora riuscita a dirle tutto di lui. E’ qualcosa di troppo prezioso per me, che cercare di tradurlo in parole mi sembra un sacrilegio.
Non saprei dire perché ho esitato tanto, né perché abbia permesso che i dubbi su di lui sovrastassero ciò che di buono mi trasmetteva anche solo la sua semplice presenza al mio fianco.
Quando ha cercato di avvicinarsi a me la prima volta, su quel molo, la buia quiete dei suoi occhi rifletteva il bagliore lunare, e non riuscivo a sostenere il suo sguardo senza presentire la limpida oscurità della sua voce calma, il calore incontrollabile che avrei provato se non mi fossi sbrigata ad allontanarmi.

Forse è la dolcezza con la quale ha continuato a trattarmi, che ha proseguito ad abbattere uno ad uno tutti i miei dubbi, e quando sono riuscita a scorgere la completa sincerità delle sue parole ho capito che ero già in trappola prima di accorgermene.
Non ho resistito più molto a lungo, e Selune vegliava su di noi quando ho visto i suoi occhi bui guardarmi con un’intensità capace di infiammare il cielo, capendo che ero totalmente perduta.
C’è qualcosa che mi trasmette una calma incredibile nella sua voce, e allo stesso tempo il suo semplice tocco mi fa l’effetto esattamente opposto.
Sono avida dei suoi baci come non lo sono stata mai di altro al mondo, ma in cambio potrei dargli tutto di me, perché desidero soltanto essere una luce che illumina le sue giornate, senza invadenza e con amorevole dedizione.

Il predatore che è in lui ha già stretto un laccio dal quale non saprei liberarmi, ma la stretta è così dolce che non temo d’essere preda tra le sue braccia.
E se dovessi rivedere la malinconia che ho percepito nei suoi occhi, farò in modo di rubargli la mente, fermargli il cuore, congelare il tempo.

Ruberò le chiavi

al guardiano delle stelle,

liberando l’eterno bagliore

incatenato nell’immenso.

A quel punto basterà uno sguardo

affinché la tua ombra

si disperda nella mia luce,

e il mio amore riaccenda

la tua vita.



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Sulla superficie calma del Chiontar danzavano fuggevoli bagliori proiettati dagli astri lontani, rincorrendosi tra le lievi increspature dell’acqua, e affascinando lo sguardo di chi si concedesse il tempo di rimirare quel meraviglioso eppur semplice spettacolo naturale.
La quiete della sera aleggiava sulla città, e il via vai di persone e carri sul ponte era diminuito, permettendo di concedersi la tranquillità di scambiarsi qualche effusione, incuranti di ciò che accadeva intorno.

La ragazza era ancora smarrita negli occhi di lui, quando una voce la fece riscuotere dall’incantesimo nel quale era avvolta tra le sue braccia.

<<una bella notte vero?>>

Una donna li fissava poco distante, vestita elegantemente e col volto coperto da un velo, bastava quel poco che si scorgeva del suo viso per intuire dei tratti tipicamente calishiti, e non essere in grado di staccare gli occhi da lei prima di averla studiata un po’.
Liv accennò un sorriso, imbarazzata dallo sguardo estraneo della donna che forse li stava osservando già da qualche tempo, ma la bellezza delicata, e il semplice fascino che questa emanava, la costrinsero ad essere gentile con lei, sebbene non la conoscesse.

<<oh, perdonatemi. Vedere due amanti sotto questa luna mi ha ricordato una storia della mia terra.
Ma lasciate che mi presenti: il mio nome è Lorah e vengo dal Calimshan.
Conoscete per caso un tal Filmhore?>>


Lorah raccontò loro la sua triste storia, esponendo con cruda naturalezza gli obblighi ai quale un’antica cultura ancorata su rigide convenzioni spietate la costringevano.
Era al Gate per incontrare il suo promesso, l’uomo che avrebbe dovuto sposare per saldare i debiti che suo padre aveva contratto al gioco. Aveva un fratello Lorah: ancora soltanto un bimbo, che sarebbe stato venduto come schiavo se lei non avesse rispettato l’imposizione di sposare l’uomo al quale era stata promessa molti anni prima, permettendo alla sua famiglia di trarne vantaggio economico.

Era una storia toccante, raccontata da una donna che aveva la rassegnazione negli occhi. Liv stringeva la mano di Etrigan cercando il suo sguardo di tanto in tanto, chiedendosi in cuor suo come si facesse ad amare un uomo che non si era scelto.
Nella sua ingenuità la ragazza aveva cercato di dissuadere la donna dai suoi intenti, di farle capire con dolcezza che c’è sempre un’alternativa per non tagliare le ali della propria felicità in partenza.
Ma ad ogni obiezione la fermezza delle sue convinzioni diminuiva, e iniziava lentamente a prender forma nella sua mente l’idea che vi fossero responsabilità troppo grandi, in grado di seppellire nell’ombra anche i sogni più belli.

<<ora comprendo Lorah…Il più grande gesto d’amore è quello che fate nei confronti della vostra famiglia, vorrei solo che questo vi desse anche la felicità necessaria alla vostra vita.>>

Era rattristata Liv, angustiata da quei pensieri e dal senso di impotenza non era riuscita a trovare altre parole per consolare la donna.
Ma lo fece per lei Etrigan, rompendo il silenzio all’improvviso, proponendosi di saldare lui stesso i debiti contratti dal padre di Lorah, liberando così lei dai suoi obblighi, e rendendole la libertà che non avrebbe mai sperato di avere.
Liv era incredula: cinquantamila ori erano una somma enorme, e lui non chiedeva nulla in cambio. Un gesto puro, guidato da sublimi ideali: questo il suo primo pensiero, questo un motivo in più per amare quell’uomo.

-..no che non è un gesto disinteressato…ragiona, Liv, non essere la solita ingenua. E’ chiaro che vuole qualcosa in cambio…-

D’un tratto fu assalita dal dubbio: martellava nella sua mente e le sembrò che si spargesse a macchia d’olio, divorando ogni traccia dei giusti ideali.
Guardava quella donna ora con più attenzione, spingendo il suo sguardo acuto a sondare gli occhi di lei, ma ciò che vi vide per un attimo la inquietò terribilmente.
Aveva davanti a lei una creatura stupenda, di una bellezza che avrebbe potuto toglierle il fiato, e voleva aiutarla, lo voleva davvero, ma al contempo percepiva un’atavica paura.

-..guardalo…guarda come la fissa. E’ affascinato da lei, non c’è dubbio. La vuole aiutare per questo…sono troppi soldi, troppi…-

Etrigan iniziò a intuire il disagio di Liv, percepì il suo sguardo indagatore e cercò di rassicurarla.

- ..mente, è normale che lo faccia. Ma se lui può aiutarla, io non lo ostacolerò…devo solo trovare la forza di farmi da parte.
E’ così bella…io non sono nulla al suo confronto…voglio che lui sia felice e basta..-


Rassegnazione. L’aveva quasi raggiunta ed era pronta a cedere, ad andarsene per non farsi divorare da una stupida gelosia.
“Devi sempre perseguire il bene più grande” – così le avevano insegnato.
Ma quando intuì nello sguardo di Lorah lo stesso dubbio, e il timore nei confronti di un uomo che meschinamente le stava offrendo la libertà senza richieste, riservandosi poi di esigere il suo compenso in altro modo, testardamente decise di tentare il confronto.

Lorah li aspettava alla locanda per offrir loro del vino in segno di gratitudine secondo quanto dettava la tradizione della sua terra, e Liv colse l’occasione per trattenere Etrigan qualche minuto tirandolo in disparte.
Era difficile sostenere il suo sguardo, mentre nel suo cuore si agitava una tale bufera di sensazioni contrastanti inghiottite da un dubbio che cresceva in forza, erigendosi come despota tra tutti gli altri pensieri.
Lui asseriva che lo faceva soltanto per bontà, per dare anche a lei la possibilità di scegliere l’amore come loro due avevano fatto. E sembrava sincero.
Ma il dubbio strisciava tra loro, e con un sibilo assordante confondeva la coscienza della ragazza.
Quando smisero di discutere, Lorah percepì lo sguardo di Liv come una conferma ai suoi dubbi, e se ne andò senza accettare l’offerta.

A Liv rimase solo un abbraccio nel quale nascondere il viso, per non lasciare che i suoi occhi parlassero a lui ora che quei pensieri la rendevano così insicura e turbata.
Poi soltanto una stanza vuota, e una notte interminabile.
*L’ultima pagina di diario sembra scritta in modo molto più approssimativo delle altre, con una grafia più rapida e meno ordinata, che tradisce forse una certa fretta o una sorta di nervosismo*





Sta andando tutto a rotoli.
Al Gate la gente è impazzita, gli omicidi sono all’ordine del giorno, le guardie hanno nello sguardo l’angoscia e la paura di chi combatte contro un fantasma. Ho assistito a scene di violenza inaudita…improvvisa, ingiustificata.

La gente mormora, se ne sentono dire di tutti i tipi, ma quel Nath…quel Nath ha la mente acuta di chi riesce a gettare una visione d’insieme sulle cose cogliendone i legami reconditi.
La mia mente vacilla, in certi momenti più che in altri, ma non posso lasciare che i dubbi mi divorino, e se è vero ciò che lui dice, me ne devo guardare più che mai.

Lorah…troppe coincidenze. Da quando è arrivata in città sono successe cose strane, più persone sono state viste litigare dopo aver parlato con lei.
Una sorta di maledizione? Un burattino che inconsciamente porta su di sé un terribile fardello che si abbatte su chiunque incontra? Nath pensa che possa dipendere dal suo umore la violenza con la quale l’influsso maligno colpisce la mente delle persone.
Io mi chiedo soltanto quali infami dita guidino i fili invisibili di una bambola tanto fragile e bella che nasconde dentro di sé il seme dell’odio.

Ho pena per la gente di questa città, perché so quanto spietata sia la febbre violenta che si dilaga.
Naeemah era sconvolta, accecata dal dubbio che io non volessi stare con lei, che le mentissi, che non la sopportassi. Parole che mai avrei pensato di udire da un’amica tanto cara…e vorrei solo poter dimenticare i suoi occhi pieni d’odio che mi accusavano di qualcosa che non ho mai fatto.
Mi ha devastato vederla così, ma al contempo volevo proteggerla, volevo spiegarle cosa stava accadendo, eppure era sorda ad ogni mia supplica.
Poi ho capito che l’unico modo di metterla al sicuro sarebbe stato tenerla lontana..da me, ma soprattutto da questa città, affidandola a quell’Aerween.

Ma l’inferno in cui stavamo precipitando aveva un fondo ancora più ampio, e non mi rendevo conto che lo stavo raggiungendo in caduta libera.
Etrigan è arrivato nel momento più sbagliato, e ha iniziato a dire una serie di falsità e cattiverie, incurante del mio dolore di fronte a Nae, e accendendo di ulteriore rabbia le parole di lei.
L’ho semplicemente mandato via, ma ho sentito la terra crollarmi sotto i piedi, tradita e delusa dall’uomo che amo…così, quasi senza un motivo.

Naeemah aveva raggiunto il culmine della sopportazione, e ora voleva eliminarmi…eliminare una serpe bugiarda. Non avevo nemmeno la forza di oppormi, e i singhiozzi mi si strozzavano in gola mentre cercavo di non piangere per non sentire Aerween urlare che sono solo una mocciosa frignante, e che ho fatto del male a Naeemah.
Adesso è legata in una stanza ad Ulgoth, con l’elfa che veglia su di lei. Alla fine sono riuscita a spiegarle tutto e lei ha compreso. Influssi mentali…potenti. E’ un’esperta in abiurazioni, e il suo aiuto potrebbe essere fondamentale.

Sono ancora sconvolta, e mi sembra di vivere un incubo. In tutto questo ci mancava solo un Etrigan che si finge Etrigan, e mi chiedo perché non posso svegliarmi da un momento all’altro urlando con tutte le mie forze, per scoprire poi che Selune è alta e sto solo sognando…

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La piazza era gremita di persone quando la giovane selunita fece ritorno in città, passando tra la folla con l’aria guardinga che si conviene a chi sa che un male si annida proprio in quel flusso quotidiano di semplici passanti.
Ha appena incontrato Etrigan ed Aerween presso la soglia della locanda dell’avventuriero, quando un tizio a lei sconosciuto, estremamente pallido ed emaciato, le si avvicina.

<<sei stata fantastica due notti fa Liv, scusa per ieri se non sono potuto venire..ma sai…la moglie..>>

La fanciulla lo guarda con occhi sgranati e increduli, affrettandosi a chiarire con la dovuta gentilezza mista a pudico imbarazzo che deve trattarsi di un errore. Ma l’uomo insiste, e l’equilibrio mentale già precario della ragazza non la aiuta a mantenere la calma.
Ci si mette anche Vaster, il ficcanaso che nutre la sua arte di faccende delle vite altrui, che con aria sorniona si avvicina a rincarare la dose.

<<io vi ho vista entrare ben due notti con quello!>>

La situazione degenera, Liv non accetta l’infamia pubblica per ciò che sa di non aver commesso, e al volar di parole pesanti del bardo, questo stesso vola a terra steso da un pugno di Etrigan.
La denuncia non scatta: il musico affila la sua lingua tagliente, nutrendosi del regalato scalpore che diventa materia plasmabile tra le sue mani.
Ma una recluta del pugno è presente e si insospettisce della faccenda, gli animi accesi e fuori controllo faticano a mantenere il decoro, e in giro di poco tempo si ritrovano tutti alla caserma del Pugno sotto interrogatorio.
Trovarsi costretti a spiegare la situazione li aiuta a mettere in ordine le idee, a calmarsi e riflettere alla ricerca dell’unico filo rosso possibile.
Un doppleganger, un mutaforma, qualcosa in grado di assumere le sembianze prima di Etrigan e poi di Liv, ma chissà di quanti altri ancora. E poi Lorah e suo marito, gli episodi di violenza al Gate: tutto collegato.
La recluta Aers viene assegnata come scorta al gruppetto, con l’intento di vederci chiaro nella faccenda e di scovare Lorah o chi per lei sia il responsabile del caos cittadino.
Trovare un piano che metta d’accordo tutti non è semplice: i dettagli della faccenda continuano a non combaciare e a lasciare scoperte ampie zone di un puzzle che fatica a ricomporsi, ma l’elfa e la ragazza hanno già un’idea.
Ne hanno discusso a lungo qualche sera prima, unendo le loro conoscenze per stabilire un piano in grado di smascherare Lorah ed agire di conseguenza. Liv aveva fatto appello a tutte le sue forze, supplicando la Dea di offrirle la vista che le avrebbe permesso di perforare le maschere, e puntare i suoi occhi benedetti dalla pura luce di Selune contro il male che si annidava al Gate. E in quell’occasione, fissando Aerween, aveva visto.

Mentre discutono del da farsi, nei pressi del porto, Naeemah si avvicina in compagnia di un uomo estremamente affascinante…stranamente affascinante. Un incontro casuale, parrebbe, ma le loro menti sono schermate magicamente, e i loro cuori ormai prevenuti.
Basta un’occhiata di Aerween e Liv ha già compreso. Lo sguardo della chierica diventa vacuo, introflesso, concentrato a raggiungere un punto di profonda comunione con la parte più recondita del suo animo, dove custodisce il seme della più intensa fede.
Una preghiera silenziosa si libera lieve dalle sue labbra, una rapida litania in celestiale, e quando gli occhi tornano fissi sul mondo che la circonda, non sono più del loro colore naturale.
Lo sconosciuto è svanito, ma in trasparenza, sul piano etereo, si staglia una figura di donna stupenda, di un fascino che non può trovare parole atte a descriverlo: una succube.

“Brava..mi hai scoperta. E ora morirete tutti!”

Una risata e poi il nulla. Liv è pallida, terrorizzata dalla visione demoniaca che giunge al culmine di una valanga di eventi che non sa più come controllare. Non fa in tempo a dirlo all’elfa: l’abiurazione non scatta.
Ma quel che è peggio, una prostituta di passaggio ha assistito alla scena, ha sentito Liv descrivere la succube indicando un punto nel vuoto. E’ in pericolo, molto probabilmente è solo un morto che cammina, come tutti loro.
Decidono di usare un’esca, di attirare l’essere demoniaco per provare ad esiliarlo grazie all’arte arcana di Aerween, ma gli eventi precipitano di nuovo.
Per inseguire la prostituta si trovano alla Corte dei Corvi, e Liv la vede di nuovo. Troppo tardi, ha già suggestionato le menti di un gruppo di manigoldi che cercano la rissa con loro.
E’ di nuovo il caos, di nuovo ogni cosa va a rotoli e il controllo sfugge di mano. Naeemah si offre da esca isolandosi con la prostituta, ma è la cosa più sciocca che può fare.
Per poco si salva, pallida e stremata, un pezzo della sua anima andato per sempre. E lei è ancora lì, parla nella testa di Liv, la ossessiona.

“Vi prenderò uno per uno…è inutile che scappiate…”

L’unico rifugio temporaneo che può aiutarli a trovare una tregua è il tempio di Lathander. Lì dentro sanno di poter stare al sicuro, almeno per un po’, e un anziano Padre si prodiga per aiutarli vedendo le loro facce sconvolte.
La tranquillità del luogo sacro è come il primo raggio di sole che filtra tra plumbee nubi cariche di pioggia, e la ragione lentamente torna a riaffacciarsi dominando la paura.
Un potente rituale si consuma all’interno del sacrario: gli evocatori disposti in cerchio uniscono le loro menti in una comunione in grado di dar vita a qualcosa di più grande, fondendosi nel flusso che li accomuna e svuotandosi di ogni energia per riversarla nell’essere richiamato.

Ayala, un guardinal, appare tra loro in tutta la sua fiera maestosità felina. Darà la caccia alla succube, ma in cambio esige un voto da ciascuno degli evocatori.
Non c’è esitazione tra i chierici del signore del mattino, ma nemmeno nelle due donne: per Liv non può essere che un onore, per Aerween, forse, un’occasione.
Poi il guardinal scompare, e quando torna è tutto finito: la succube è stata ricacciata nel suo piano, non potrà tornare fino a che non sarà nuovamente evocata.

E’ tutto risolto, e non sembra vero. La tregua giunge dolce e inaspettata come la prima lieve pioggia d’autunno.
Nella mente della ragazza non c’è nemmeno il tempo di compiacersene, ma solo il desiderio di abbandonarsi a un meritato riposo d’oblio.

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Selune veglia dall’alto, adagiata su un letto di nuvole, regina di un corteo di stelle.
Falce ardente nel buio, come una ferita di luce in cieli nemici, come uno spiraglio su un chiarore distante in cui tutto è possibile.

E mentre i cuori stanchi trovano riposo sotto il velo calato dalla notte, i figli della Vergine Argentata spingono le loro preghiere verso l’alto, divenendo parte del cielo lontano, alieni dalle cose terrene fin tanto che la fede li innalza dove i cuori mortali rischiano di soccombere per troppa bellezza.


























~.~.~.~.~.~.~.~.~.~.~

Il crepuscolo ha annegato in una danza di colori ciò che rimaneva del giorno trascorso, addolcendo con uno spettacolo tanto bello l’amara consapevolezza che ogni tramonto è una fine.
E ora che si avvicina la notte ogni sensazione mi investe, amplificata, portando il profumo di sogni dimenticati e di desideri da poco risvegliati.
L’oscurità avvolge i sensi che muti abbandonano le ultime difese, e lentamente, dolcemente, la notte mostra il suo splendore imprigionato nei suoi occhi soltanto per me.

Le mie dita tremano di fronte alla paura di cadere in un vortice troppo irruento, e la mia bocca ha sete, una sete che non si placa se non quando sono con lui.
Vorrei lasciare che la notte inghiotta le mie paure, distogliere lo sguardo dalla spietata luce del giorno, e ascoltare solo la melodia soffusa che il mio cuore canta abbandonandosi ai sogni che il pensiero accarezza.
Potrei chiudere gli occhi e arrendermi, cedere ai desideri che non riesco combattere, fluttuare sulla dolce ebbrezza e assaporare ogni sensazione, ma rischio di smarrirmi e non devo permetterlo.

La notte mi divora, e il vento soffia leggero come un ladro nell’oscurità. Le luci nel cielo mi parlano di premonizioni che non comprendo e le stelle mi cadono addosso colpendomi con la forza di un ciclone. Eppure non mi importa, devo solo seguire il flusso, raccogliere i pezzi che ho lasciato per strada cercando di far incontrare le estremità.
Per tutto questo tempo ho solo sognato, ora invece mi tenta, mi invita ad addormentarmi tra le sue braccia per respirare il suo crepuscolo mai troppo buio.



Non saprei dire se è più grande la grazia di questo dono o la maledizione di sentirmi tanto fragile e in balia di sentimenti che non controllo appieno. I dubbi più sciocchi mi assalgono e si alzano imponenti sopra il mio capo, nutriti di paure che non ho motivo di provare.
Oscillo tra baci che sanno di pioggia ed abbracci che mi fanno dimenticare la terra che mi manca sotto i piedi, ma sono costretta a ricordare che anche i giorni più belli finiscono sempre con lo stesso tramonto.

Ho una serie di pesi adagiati sul cuore, che mi ancorano alla terra sulla quale cammino, e alle persone che mi hanno lasciato una parte del loro dolore da custodire. A tutti mostro le stelle, anche a quelli che hanno i piedi sprofondati nel fango, e mi chiedo se non sia necessario fare di più.
Ho provato per Naeemah la rabbia che avrebbe dovuto sentire lei, ho desiderato afferrarla per le spalle e scuoterla fino a quando non si fosse resa conto che diceva una marea di sciocchezze. Ma il suo dolore mi ha turbato così tanto che non sono riuscita a fare altro che ripeterle quanto sia meravigliosa, a dispetto di ciò che suo padre pensa.
Ma la rigidità estrema che la contraddistingue mi annienta e mi impedisce di farle vedere il mondo attraverso i miei occhi, di farle provare una serenità diversa e che il suo cuore meriterebbe.

Non sopporta Etrigan, non si fida, ha paura che mi faccia del male. Ma non posso pensare di scindere in due la mia vita, e sapevo che prima o poi si sarebbero dovuti scontrare.
All’inizio ero arrabbiata, delusa, incredula. Mi sentivo impotente di fronte a due ottusi duellanti, intenti a scornarsi sulla base di pregiudizi che ognuno dei due aveva maturato senza fondamento.
Ma poi ho compreso: ho visto oltre le parole accese di rabbia e gli insulti, ho capito che stavano solo difendendo sé stessi e ciò a cui tenevano. E d’un tratto ho compreso che era quello l’unico modo per giungere a una soluzione.

Ma questa storia mi ha scosso, e ancora ripenso incredula a come l’amore porti con sé pieghe tanto inaspettate, e conseguenze lontane ed opposte a ciò che un sentimento puro dovrebbe essere.
Forse è proprio vero che quanto più è intensa la luce sprigionata, tanto più nere sono le ombre che essa proietta.
L’unica mia salvezza sta nella Sua luce pura e senza macchie, che devo preservare in ogni modo nel mio cuore.


~.~.~.~.~.~.~.~.~.~.~

9/9/2010

C’è una fossa scavata sotto i nostri piedi, sotto il manto soffice dell’erba che si piega alla ricerca dei flebili raggi di un sole d’autunno.
C’è un vortice che non aspetta altro che nutrirsi degli sbagli commessi, per inghiottire le nostre esistenze e trascinarle dove la mente vacilla.

Scossi e demoliti, il mio spirito e la mia volontà, sacrificati e vinti, gettati nel mare dell'insensatezza.
Nella resa dei peccati mi aggrappo all’unica forza che conosco, ma i sogni nei quali sono al sicuro non durano che una notte: l’alba li spazza via con candida crudeltà.

Cedo a parole che sembrano un pianto, ferita dai demoni della violenza, dalle ombre e dagli istinti oscuri che hanno stretto la morsa anche attorno al mio cuore.
Soccombiamo al più terribile dei mali senza quasi rendercene conto, e quando la ragionevolezza torna ad illuminare le menti è già troppo tardi.

Tutto scorre come nell’immenso piano degli Dei sta scritto, ma qui, tra cielo e terra, l’impressione è solo quella che tutto stia andando a rotoli.
Quella donna continua a seminare l’odio negli animi al Gate, la figlia di Hares è in pericolo, la licantropa che inseguivamo è fuggita, un’innocente ha pagato per ciò che non ha commesso, Etrigan è in grave pericolo, ma quel che è peggio: Frum è scomparso.

E allora cosa mi resta? Supplico le mie ginocchia prostrate in preghiera di darmi di più, più del mio spirito, più della mia immeritevole vita.
Attraverso il Suo occhio d’argento puntato sulle nostre esistenze ho bisogno di vedere, di capire, di scrutare dove fin’ora non sono riuscita a spingermi.
Ma le mie suppliche sussurrate si perdono nell’aria che si fa pesante, densa da respirare, e il cielo sembra così nero come se il mondo dovesse finire stanotte…



“Se pur gridassi, chi mi udrebbe


dalle gerarchie degli angeli?


E se uno mi stringesse d’improvviso al cuore,


soccomberei per la sua troppo forte presenza.


Perché nulla è il bello, se non l’emergenza


del tremendo: forse possiamo reggerlo ancora,


ed ammirarlo anche, perché indifferente


non degna distruggerci.


Ognuno degli angeli è tremendo…”

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11/9/2010


La stanza è illuminata dalla flebile luce di una candela che lotta per non annegare bruciando avidamente l’aria intorno a sé, struggendosi in una danza convulsa che proietta ombre mobili sul soffitto in penombra.

E’ accesa da troppo tempo e a breve soffocherà, ma la ragazza non sembra curarsene, assorta com’è a scorrere il pennino sulla pergamena, con l’irruenza di chi rincorre pensieri sfuggenti per imprigionarli in parole.
Ha l’aria stanca, provata, il viso è pallido e più scavato del solito. La sua bellezza delicata è turbata da un velo di malinconia, e gli occhi non hanno che un riflesso lontano della spensieratezza azzurra del cielo terso.


~.~.~.~.~.~.~.~.~.~.~

Mio caro amico, solo ora trovo il tempo di fermarmi a riflettere e raccogliere le idee.
Gli eventi mi sono piombati addosso come macigni, e la mia volontà ha vacillato più volte, seppur le mie azioni non si siano mai arrestate.

Frum è salvo, lo siamo tutti. Siamo finiti nella loro tana tra i boschi, la notte ci ha avvolto e la luna mi ha abbandonata. Ho ancora il ricordo dei loro occhi infiammati, fissi su di noi a squarciare le tenebre con il loro odio.
Eravamo in trappola, eravamo finiti. Ma abbiamo combattuto con tutte le forze: il cielo tuonava e i bagliori illuminavano squarci di inaudita violenza. Ricordo solo il rumore di metallo stridente, di ululati, di urla di rabbia.
Poi il sapore acre del sangue nella mia bocca, e la sensazione della terra umida che attutisce la mia caduta. Una terra impregnata di sangue: del nostro e del loro, mischiati come se innocenza e malvagità non facessero poi così tanta differenza.
Ma non ci hanno ucciso: Gudrash voleva divertirsi con noi, ci ha legati e tenuti in trappola per soddisfare il suo ego malato. Ci ha sottovalutati.
Etrigan è riuscito a liberarsi, e abbiamo combattuto di nuovo, fino alla battaglia finale: uno scontro che non trovava posto per la mia inutile impotenza. Aerween mi ha portata via, e l’ho lasciato lì da solo, a combattere forse la sua più grande battaglia senza avermi al suo fianco.
Non sono fiera di me per molte cose, ma questa, credo mi peserà a lungo. E’ solo l’esito positivo della faccenda che mi permette di sopportare la vergogna, di coprirla con l’orgoglio che provo per lui e per la sua vittoria.

Solo ora mi fermo a pensare, ora che anche la faccenda al Gate è risolta, ma senza lasciarmi il sollievo che speravo.
Selune mi ha concesso di infrangere la maschera di quella creatura diabolica, di scovarla, di far sì che potessero darle la caccia. Ma ciò che i miei occhi hanno fissato attoniti non era altro che un abisso di profonda malvagità.
E non era soltanto dentro di lei, demone alato e perverso, no, era in ognuno di noi.
E ora mi domando come ho potuto cedere al suo gioco, scivolare nella tela dei suoi inganni, nutrire il seme d’odio che tanto la compiaceva.
La mia volontà, la mia fede: impotenti.
Abbasso il viso questa notte, per fare ammenda al Suo sguardo vigile che ha continuato a proteggermi nonostante la mia inadeguata, stupida, debolezza. Non posso lasciare che l’argento riempia i miei occhi, non riesco a sopportare la vergogna.
E rabbrividisco all’idea che un demone mi abbia lasciato la lezione più grande che io abbia imparato da quando ho lasciato la mia gabbia dorata…Ma è così, e lo devo accettare.

Stanno cambiando troppe cose nella mia mente, e la confusione annega i pensieri mischiandoli a sensazioni alle quali non riesco a dare un nome.
Ho toccato il fondo più volte in questo periodo, eppure anche nei momenti peggiori ero in grado di trovare una salvezza, un’oasi di pace e uno spiraglio di speranza almeno per il mio cuore.
La sua presenza nella mia vita è grazia e maledizione, è un viso angelico che mi sorride dietro a un titolo di tragedia. I miei sogni sono fatti di lui, il suo oceano mi trascina giù e la sua voce mi fa a pezzi.
Se le mie mani non potessero sentire il calore della sua pelle, se i miei occhi non mi mostrassero le cose così come sono, terribili e splendide a un tempo, io non potrei essere io. Adesso lo so.

Mi ha offerto il paradiso, per poi ributtarmi a terra senza pietà. La sensazione di galleggiare nel cielo illuminato dalla luna, di tenermi stretta a lui attraverso il blu della mezzanotte, fluttuando lontano dal mondo, è stata la cosa più bella che potessi immaginare.
Ma mi sono aggrappata a una stella bizzarra, e portandomi alla deriva mi ha trascinata in picchiata verso un oceano profondo, tra carezze ardenti e lacrime di paura, giglio tra le spine, preda tra i lupi. Ha risvegliato un mostro assopito, e i miei sogni che affondano tra le correnti di un amore instabile hanno riesumato antiche paure.

Le sue parole della notte scorsa mi hanno ridestata da un lungo sonno, e so che la mia vista interiore adesso è completa.
Non ho più illusioni, ma solo una limpida e spietata consapevolezza. Sono io che scelgo, io che mi prendo questa maledizione.
L’amore non è totale come lo è la fede, non può esserlo. Finisce pur non dimenticandolo, è ambiguo, è menzognero. L’amore è semplicemente troppo umano, umano come le suppliche di chi prega soltanto per se stesso.
La fede, invece, è divina. Attraverso la fede posso trasfigurare me stessa, tenere in mano i miei sogni e la mia vita, scorgere la notte e la verità alla fine del tempo.
Perdere la fiducia è umano. Smarrire la devozione sarebbe un delitto.



La vita è piena di oscurità


e gli assassini mi vengono incontro.


Un giorno tu ti unirai a loro


e io ti lascerò entrare.


Giungi con sincerità,


le onde si scontrano ora.


Indifese braccia insensibili


e nessuna voce di ragionevolezza.


Calore.


La notte mi divora.


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14/9/2010

"C'era una volta un giovane innamorato di una stella.
In riva al mare tendeva le braccia e adorava la stella, la sognava e le rivolgeva i suoi pensieri.

Ma sapeva o credeva di sapere che le stelle non possono essere abbracciate dall'uomo. Considerava suo destino amare senza speranze un astro, e su questo pensiero costruì tutto un poema di rinunce e di mute sofferenze che dovevano purificarlo e renderlo migliore.
Tutti i suoi sogni però erano rivolti alla stella.

Una notte, trovandosi di nuovo su un alto scoglio in riva al mare, stava a guardar la stella ardendo d'amore.
E nel momento di maggior desiderio spiccò un balzo nel vuoto per andare incontro alla stella.
Ma, nell'attimo stesso in cui si librava nel balzo, un pensiero gli attraversò la mente: no, è impossibile che io la raggiunga! Così cadde sull'arena e rimase sfracellato, perché non sapeva amare.
Se nel momento del balzo avesse avuto l'energia di credere fermamente nel suo amore, sarebbe volato in alto a congiungersi con la stella.

L'amore non deve implorare e nemmeno pretendere. L'amore deve avere la forza di diventare certezza dentro di sé. Allora non è più trascinato, ma trascina."

“Bianche fantasie Notturne” – di Hermann Cherish, Cantore della Rosa Rubino.


http://youtu.be/nF4sFU9lc5k


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Si sono calmate le acque impetuose che mi hanno travolta e trascinata alla deriva verso coste desolate che avrei preferito non conoscere.
Adesso è solo la serenità a regnare: la pace e il silenzio di una sinfonia soffusa d’onde, smorzate dalla premura di una marea che scende, obbedendo al richiamo della luna lontana che la governa.

La stessa luna che ha piantato il suo seme lunatico nel mio cuore, al quale obbedisco docile, senza opporre resistenza all’influsso che essa esercita sulla mia vita.
La porto dentro di me, affievolendone la luce con la mia inadeguatezza e i miei umani errori, ma quel flebile bagliore che comunque traspare è quanto basta per non farmi desistere.
Le tenebre più buie che imprigionano il cuore di chi è smarrito a volte si squarciano anche solo con un timido sorriso.

E traccio segni invisibili con le dita protese verso l’alto, seguendo traiettorie che i miei occhi scorgono nei cieli lontani, spingendo il mio sguardo più oltre, addentrandomi nelle oscurità remote dove Selune dai primordi del tempo regna.
Il mio sguardo è il Suo sguardo: accarezzo il sogno di diventare suo Oracolo e per pochi istanti mi sento completa, pervasa da una forza indicibile con la quale vorrei poter abbagliare il mondo.
In quei silenzi notturni mi sembra di unirmi agli antichi dei Regni perduti, ai primi che come me stavano col naso all’insù a tracciare vie nei cieli invece che in terra.
E le stelle ancestrali sembrano brillare di una luce intensa, nutrita dalle attenzioni che da tempo immemore gli uomini hanno dedicato loro. Socchiudo gli occhi ed immagino un luogo senza tempo, dove le mie preghiere alla luna si uniscono ai sussurri perduti in tempi remoti, di tutti coloro che prima di me hanno dedicato la loro esistenza all’immota meraviglia dei cieli.

Le stelle tracciano sentieri cosparsi di polvere argentata affinché i miei occhi possano scorgerli, ma so che nulla è predefinito, e che sta a me scegliere la via assumendomene il peso.
La luna che mi sorregge e mi guida è la stessa che mi ha portato l’amore, lasciandomelo dolcemente tra le braccia, senza che me ne accorgessi, quando ancora pensavo non vi fosse posto nel mio cuore.
Ero sotto un cielo risplendente di stelle, con la luna in mezzo al firmamento in un mare senza sponde. Mai mi sono sentita più turbata, come in quella notte in cui sospesa fra il cielo ed il mare avevo l'immensità sopra e sotto di me.
La notte in cui una stella nomade fece svanire le mie incertezze, stringendomi tra le sue braccia per lasciarmi con un bacio così gentile, solo un’essenza di bellezza dimenticata.
E ora che ho rinnovato la promessa che quella volta mi si era smorzata in gola, messa a tacere per troppa paura, mi chiedo come ho fatto a non capire subito una cosa così semplice…
“Ti aspettavo da sempre.”

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23/9/2010

Alle foci del Dessarin il paesaggio sembra rapito in un manto d’autunno dalle tonalità calde e dorate.

La ragazza dai capelli chiari, infiammati dai riflessi del sole morente, se ne sta rannicchiata su una panchina che domina dall’alto il panorama, intenta a scrivere sul suo diario finché la luce del tramonto glielo permette.



Eleint: il mese della dissolvenza. Tutto è silenzioso in questo giardino avvolto dalla fredda quiete della sera, persino gli uccelli notturni sembrano non voler disturbare l’incanto muto delle foglie dorate che volteggiando si uniscono alla terra.
Foglie cadenti che danzano nell’aria, frammenti di tempo sparpagliati, come battiti di ciglia nell’arco dell’esistenza effimera di una fiamma nel vento. Ciò che era verde sta cambiando in giallo, e il grigiore invernale si fa strada strisciando sulla terra ghiacciata.
Ma non sarà il gelo a rendere meno belle le notti su cui la Vergine risplende, e attendo con fervore che queste fiamme crepuscolari si spengano per lasciare il posto alla Sua luce riflessa sulla rugiada che scende silenziosa a sera.
Non esiste desolazione se le stelle scintillano ogni notte e il Suo bagliore accarezza il candore della neve che presto verrà. Che si alzi pure il vento, sospirando dei miei sospiri, e cadano dai cieli d’inverno le prime lacrime di neve a coprire queste foglie d’autunno: presto rinasceranno, in un ciclo incessante e continuo, qual è quello di Selune.

Ho intrapreso questo viaggio per tornare alla mia seconda casa, ora che Granraccolto è appena passato e le stelle sono propizie ai viaggiatori.
E’ strano camminare per le vie che si conoscono a memoria provando la strana sensazione che tutto sia cambiato pur rimanendo sempre uguale.
Le mura splendenti troneggiano alle mie spalle anche adesso, custodendo i ricordi del tempo trascorso a imparare una fede che non sarebbe mai potuta fiorire appieno se non portandola dove quelle mura non potevano proteggermi.
Ho intrapreso un cammino che mi ha portata dove la luce di Selune a fatica giunge, ma per i miei occhi imbevuti del suo bagliore argenteo non c’è via troppo oscura su questa terra che io non possa percorrere col mio sguardo interiore sempre rivolto ai cieli.

Appena arrivata sono passata all’orfanotrofio: alcuni dei miei piccoli angeli non c’erano più, altri invece mi sono corsi incontro riempiendomi il cuore di gioia, e facendomi sentire come se il tempo lontano non fosse mai trascorso.
Solo Jeff, che ormai è troppo cresciuto anche per starmi tra le braccia, mi ha guardata a lungo in silenzio per poi sentenziare che ero cambiata. Così l’ho portato fuori, a passeggiare nei giardini del chiosco retrostante, e dopo averlo illuminato della Sua luce con una semplice preghiera per farlo diventare una stella, sono riuscita a ritrovare il suo sorriso che tanto mi era mancato.
Perché è anche per quei sorrisi innocenti che combatto, ed è per quei cuori puri che trovo la forza di non scoraggiarmi di fronte a tutto ciò che del mondo mi fa paura.
Sì, forse sono cambiata, ma la mia fede si è nutrita di questo cambiamento crescendo a dismisura. Sono più forte adesso, e la volontà di continuare sulla strada segnata dalle mie stelle mi ha dato la fermezza necessaria per decidere di fare un passo avanti.

“Sacerdotessa”: così mi ha chiamata Padre Lanville, dopo avermi accolta al tempio con il sorriso amorevole di un anziano genitore.
Io, semplice chiamata di Selune, quasi mi sono sentita arrogante ad accettare un epiteto simile. Eppure è ciò che sto diventando, giorno dopo giorno, attingendo a poteri che mai avrei pensato di sentirmi invadere il petto quando prego invocando il Suo nome.
Il mio compito è portare la Sua luce ovunque io vada, ma il tempio è una casa, una culla spirituale dove il mio animo trova ristoro e pace in comunione con le preghiere dei miei fratelli e sorelle.
Padre Lanville è anziano, per lui il tempo del sacerdozio itinerante è finito, e i suoi servigi al tempio sono a disposizione di chi necessiti cure o richieda la lettura delle stelle.
Io ho ancora molto da fare per le strade che è mio destino percorrere, ma credo che affiancarlo nei rituali quando il tempo me lo permette possa essere un’enorme possibilità per me, per crescere imparando dall’esperienza dei più anziani.

La casa della Dea è aperta a tutti coloro che vogliano esercitare la fede nei modi che il Suo divino volere ha previsto, e ho intenzione di farle onore ricorrendo alle doti di cui Essa mi ha fatto dono.
Credo che mi fermerò ancora qualche giorno, per trarre giovamento dalla quiete mistica e spirituale di cui il tempio è pervaso.
Sto aiutando le mie sorelle a studiare le carte astrali per tracciare le traiettorie delle stelle che in queste notti stanno andando a comporre la costellazione del Buffone, o Correlian per gli elfi.
E il contatto coi fedeli che ad ogni ora affollano il tempio mi da una gran forza, necessaria ad alimentare il mio animo per quando sarà tempo di rimettermi in viaggio.

Adoro questa gabbia d’argento, ma so che è dove regnano le ombre che devo tentare di giungere.



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1/10/2010

Un sommesso frastuono giungeva da nord, cavalcando plumbee nubi cariche di pioggia, alla volta della città le cui mura splendenti si adombravano di grigio al sopraggiungere del temporale.

Liv passeggiava lungo le vie periferiche di Waterdeep quando la pioggia la sorprese ad un tratto, iniziando a riversarsi sulla terra in un fragoroso scrosciare, come un abbraccio improvviso che travolge e inonda.
D’istinto affrettò il passo verso la locanda, ma dopo qualche metro era già fradicia da capo a piedi.
Si fermò qualche istante dubbiosa, per poi iniziare d’un tratto a ridere, sollevando il viso verso il cielo piangente e godendosi la sensazione di assoluta libertà che quel profumo umido sulla pelle le provocava.
Il profumo di erba bagnata che sapeva di lui.

Tanto valeva ormai saltare nelle pozzanghere come faceva da piccola sulla strada verso casa, riempiendosi di fango fino alle ginocchia, con suo padre che le rimproverava di essere una signorina davvero poco elegante.

Poco dopo era nella sua stanza, avvolta in un ampio panno di cotone caldo e asciutto, col diario poggiato sulle ginocchia e la testa totalmente altrove.


La pioggia batte sui vetri con garbata insistenza, coprendo col suo rumore lo scoppiettio di fiamme che si contorcono in un’ipnotica danza nel caminetto. Mi chiedo se anche adesso che il cielo è basso e pesante sulla città, lassù fra le stelle domini il silenzio.
Mi par di vederla anche ora, solitaria tra le nuvole, a comparir di tanto in tanto a illuminare la notte, per decidere se sia luce o ci colgano invece le tenebre.
E riesco a vederla perché è in me che la porto: Luna solitaria e madre benevola, custode dei miei sogni e guida dei miei passi.

Sono nuovamente a Waterdeep, per celebrare al tempio della mia Signora, per esser vuoto strumento pronto ad accogliere la sua voce, che amorevole sorregge e sostiene i cuori che a lei si rivolgono.
Ho approfondito ulteriormente i miei studi astronomici, grazie al consiglio delle mie Sorelle, e mi stupisco ogni giorno come una bambina di fronte alle coincidenze che la vita mi pone dinnanzi sottoforma di melodia di stelle.

La costellazione che gli elfi chiamano il Ballerino domina col suo bagliore queste notti troppo spesso oscurate dalla pioggia. La sua associazione con il culto di Eilistraee mi ha sempre affascinata, ed ora che proprio in questa particolare congiunzione d’astri ho incontrato una creatura delicata, che alla Signora Danzante ha votato la sua vita e alla luna volge lo sguardo per cercare salvezza, mi chiedo se non sia davvero una mano divina a guidare i miei passi verso coloro che necessitano aiuto.
Mi riempie il cuore di speranza pensare che vi sia chi reagisce all’odio e alla violenza della sua stessa specie per rifuggire l’oscurità e perseguire una luce benevola, per quanto lontana.
E mi da una forza incredibile, per continuare a lottare e ad offrire piccole scintille di speranza a chi brancola nel buio.

Ogni tanto mi risuonano nella testa le parole di Wen, il suo odio malcelato eppure menzognero, la sua rabbia per l’ingenuità di chi persegue il bene senza ottenere nulla in cambio.
So quanto sia forte la sua volontà, forgiata dal dolore e dalla sofferenza, e mi chiedo se anch’io sarò in grado di mantenere sempre la testa alta di fronte ai sacrifici e alle delusioni che la mia scelta di vita comporta.
Spesso essere troppo tolleranti vuol dire offrire possibilità a chi non le merita, ma senza correre il rischio non potrei mai salvare davvero nessuno.

Vi sono tanti modi per portare un po’ di luce e seminarla ovunque vi sia tenebra, ma sono sempre più convinta che è necessario spingersi lontano dalle certezze, laddove l’impresa appare difficile o quasi impossibile. Troppo semplice predicare a chi è già pronto ad ascoltare.
C’è una locanda abbandonata, divorata dalle fiamme, nella periferia di Ulgoth. Ricordo lo sguardo di Shau, malinconico e nostalgico, mentre mi dice quanto tiene a quel posto e quanto gli ferisca il cuore vederlo in quello stato.
Non mi ha dato spiegazioni, e in realtà non gliene ho chieste: so quanto sia difficile per lui parlare del passato. Ma ho continuato a ripensarci dopo quel giorno, a coltivare piano piano l’idea che sarebbe forse una follia fattibile.
Ho iniziato a raccogliere informazioni e qualcuna ne ho già ottenuta. Pare che i paesani lo ritengano un luogo maledetto, per via dei nefasti eventi che hanno colpito la locanda in passato, portandola fino all’inevitabile distruzione.

Mi chiedo se non valga la pena provare a riqualificare un luogo desolato, riempiendolo dell’amore e della dedizione di chi vuole provare a far rifiorire ciò che è stato troppo a lungo oppresso e dimenticato.
Non sarà semplice, e dovremo lavorare sodo, ma sento di voler almeno tentare. Per lui, prima di tutto, ma anche per una sorta di sfida con me stessa.
Una piccola stella sperduta nel mezzo del buio del cielo può offrire luce e riparo a chiunque ne cerchi. Un luogo benedetto dallo sguardo protettivo della Bianca Signora, dove ai poveri sia offerto ristoro, ai viandanti conforto, e agli stranieri sollievo, non può che aiutarmi a perseguire la mia fede concretamente.
Ripenso allo splendore del tempio, agli sguardi degli orfani, e a quella sensazione di sentirsi protetti e a casa.
Ricreare qualcosa di simile dove ora regna il buio sarebbe forse la più grande soddisfazione per me che solitaria inseguo le stelle perdute alla deriva.
Dopotutto ho una mente piena di domande, ed una voce nella mia anima che di continuo mi spinge ad andare, percorrendo strade piene di deviazioni, sotto un cielo vasto e costellato di sogni.

Ma c’è un’altra cosa che voglio raccontarti, sulla quale la mia mano indugia, attendendo che la mente formuli parole appropriate per descrivere qualcosa che non si coglie se non col cuore.
Shaundral, la mia stella alla deriva, mi ha portata nuovamente su quel pontile, per la terza volta. I miei occhi erano colmi dell’oro dell’autunno che vestiva di preziose sfumature i giardini tutt’intorno, e lo specchio d’acqua solitario e calmo sotto di noi proiettava i sogni tra terra e cielo, come se un incanto potesse avverarli soltanto per noi.

Nel luogo in cui tutto ha avuto inizio, Shau mi ha chiesto di sposarlo.
Cosicché, se l’inizio è ancora vivo nella mia mente, sempre meno riesco a pensare ad una fine. Cullato dall’argento di una luna piena e immensa della luce che porta, il mio amore per lui l’ho affidato al cielo.
E non vi sono promesse fatte a Selune che potrei infrangere.
Io avevo già scelto, per tutta la vita. Ora sono certa che sia lo stesso per lui.

L’ amore non ha regole né prigioni: richiede solo dedizione e passione. Siamo così deboli, vulnerabili, soggetti a tentazioni alle quali non sempre è detto che si debba resistere. Quanto più valore diamo alle cose quando ci sfuggono, ci chiamano, ci mettono alla prova?
Tutto questo tempo l’ho sognato, tutto questo tempo l’ho inseguito, perseguitato, per cedere alla tentazione di addormentarmi tra le sue braccia.

E ora siamo schiavi del desiderio di illuminarci a vicenda, di salvarci a vicenda, bruciando insieme.







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4/10/2010

Fa dannatamente freddo in questa stanza, fa freddo starmene qui seduta a scrivere raggomitolata su me stessa, lontano dalle sue braccia. Il suo calore è a pochi passi da me, ne ho ancora un debole ricordo sulla pelle, eppure non riesco a muovermi…o semplicemente, non voglio.
Ho aspettato che si addormentasse, per sentire il suo respiro farsi lentamente più regolare, e godermi per qualche istante il pulsare tranquillo del suo cuore rasserenato.

Ma io non trovo pace questa notte, non trovo un sogno silenzioso nel quale sprofondare per placare i pensieri che mi assillano.
E mi vengono sempre più vicino le ombre dagli angoli, queste ombre della mia solitudine, che escono strisciando dai muri e mi vengono a prendere. Nell’oscurità senza luna ridivento minuscola, in una stanza sempre troppo grande.

Non avevo previsto che le cose potessero andare così. Non volevo che un ragazzino rimanesse traumatizzato per colpa mia. Tutto ciò che mi premeva era far sì che si calmasse, per potergli spiegare ogni cosa, in modo che potesse smettere di avere paura, ed andarsene contento e tranquillo con un bel regalo tra le mani.
Invece più cercavo di arginare la situazione e più peggiorava. Me la sono lasciata sfuggire di mano…forse se avessi agito diversamente avrei evitato il peggio. Si è risolto tutto, sì..ma non certo grazie a me.
Non ho scusanti per aver fallito, per aver fatto le scelte sbagliate sin dall’inizio, per quanto in buona fede. Se c’è una cosa che mi è stata insegnata negli anni sotto la tutela della Madre Lunare è di perdonare e tollerare sempre laddove vi sia speranza di redenzione, ma per fare questo a me non è concesso sbagliare, non così stupidamente.

La Sua mano divina che mi sorregge e guida non ha smesso di sostenermi, ma sono arrabbiata con me stessa, e incapace di sopportare il fatto di aver deluso lui.
Il suo sguardo mi fa rabbrividire anche adesso, ed è per quello sguardo più eloquente di tutte le parole a seguire che non ho più la forza di rimanere qui.
E’ strano come a volte si realizzi qualcosa di tremendamente importante nella spietatezza di un attimo banale, e quasi insignificante, se inserito nel complessivo scorrere del tempo.

Come quando da bambino realizzi che la neve è una poesia candidamente divina ma in grado di uccidere col suo gelo, o che un uccello caduto dal nido non potrà più volare.
Come quando cresci e capisci che l’innocenza si rompe col passare del tempo, che siamo diversi dietro gli occhi degli altri e non c’è bisogno di nasconderlo.
O come quando devi dire addio a tua sorella, trascinata via dalle braccia degli alberi nella tormenta dell’odioso inverno, svanita nel nulla in una malinconia che continua a piovere a dirotto nel tuo cuore.
E allora come una nevicata piangi una tempesta silenziosa, le tue lacrime dipingono fiumi su muri di quercia, e nettare d’ambra scorre in rivoli di miseria: per ogni macchia, un’ombra abbandonata.
Infine..come quello sguardo, che annulla tutte le certezze che fino ad oggi avevi nutrito, che ti fa desiderare solo di scappare il più in fretta possibile per non doverlo sostenere più.

Se sono rimasta è solo per lui, perché ho compreso che ne aveva bisogno, che dovevo rassicurarlo rimanendogli accanto. Ma tutto dentro di me mi gridava di andarmene e di non tornare fino a che non sarei stata degna nuovamente di guardarlo negli occhi senza sentirmi così sbagliata.
Così ho preparato le mie cose facendo meno rumore possibile, sento ancora il suo respiro regolare abbandonato all’oblio del sonno, e non credo si sveglierà prima dell’alba. Gli ho lasciato un biglietto per avvisarlo che devo andare a Waterdeep, che mi attendono al tempio e che non posso più aspettare.
Non è vero..ho ancora qualche giorno, ma lui questo non lo sa. E in fin dei conti anche se dovesse raggiungermi avrò comunque tutto il tempo del viaggio per stare un po’ sola con me stessa.


*la scrittura è interrotta da uno spazio bianco e riprende alla pagina successiva con una grafia più irregolare e frettolosa*


La carovana ha fatto tappa a Daggerford: ormai non manca più molto alla Splendente, anche se la pioggia fitta ci sta rallentando di parecchio e inizio a soffrire questa clausura senza uno spiraglio di cielo.
La pioggia è così battente che potrebbe lacerare la pelle e penetrare nelle ossa: mi rende irrequieta e non riesco a desiderare altro che la quiete del tempio dove poter pensare finalmente solo agli altri e non più a me stessa.
Fa freddo, sono stanca, e sento il dolore crescermi dentro come se dovesse alzarsi l’alta marea in un oceano riempito dal pianto. Ma nessuna lacrima macchia le mie mani impolverate, e voglio che continui ad essere così.

Per un tratto di strada ho chiacchierato con un attempato Signore ansioso di dispensare consigli dall’alto della sua lunga esperienza. Sono così dolci certi vecchietti pieni di voglia di non lasciar cadere nel dimenticatoio tutto ciò che del passato può servire al presente, e tra i tanti aneddoti di gioventù, una sua affermazione mi ha davvero colpita:
“Se vuoi fare sul serio del bene agli altri devi prima di tutto non preoccuparti troppo per loro”.
Dei, come ha ragione! Se non fossi così stupidamente sentimentale e sempre pronta a sentire come miei i problemi degli altri, forse sarei in grado di prendere decisioni più sagge e ponderate, senza rischiare di commettere grossolani errori di valutazione.

Forse è davvero il caso che io inizi a cambiare qualcosa, o non avrò mai più il coraggio di guardarmi dentro senza impazzire. Sentirsi amata poi….quella, è la cosa peggiore. Sentirsi amati e sapere di non meritarlo.


Una volta c’era una parte di me che sapeva sempre cosa fosse giusto o sbagliato,


ma da qualche parte su questa strada polverosa ha smarrito la sua luce.


Ho sempre pensato di poter essere di più.


Ho sempre creduto di poter fare di più.


L’ho promesso, cambierò.


In qualche modo…prima o poi.


Ma sono ancora qui.


E una stella fa sempre troppa luce,


ti impedisce di ignorare tutto quello che c’è.



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7/10/2010

Un giorno una piccola folla si era riunita intorno a lui in una piazzetta rumorosa nei pressi del collegio dell’Olamn. Ben presto l’oratore smise di parlare ai suoi studenti e prese a coinvolgere gli ignari passanti, chiedendo che gli fosse domandata qualsiasi cosa.

Incuriosito, un bimbo si avvicinò e gli chiese quale fosse il significato della vita.
Ricordo che molta gente rise a quella domanda, ma il professore guardò a lungo il giovane, e comprendendo che era una domanda innocentemente seria, decise di rispondergli.

Estrasse da una saccoccia che portava alla cinta un frammento di specchio rotondo, non più grande di una moneta, e prese a raccontare:

"Ero bambino, vivevo ancora nell’Amn ed era durante la guerra. Un giorno, sulla strada, vidi uno specchio andato in frantumi. Ne conservai il frammento più grande.
Cominciai a giocarci e mi lasciai incantare dalla possibilità di dirigere la luce riflessa negli angoli bui dove il sole non brillava mai: buche profonde, crepacci, ripostigli.”


Mentre pronunciava queste parole la luce del giorno colpiva la piccola superficie specchiante, riflettendosi nell’ambiente circostante in un gioco di bagliori fugaci.

“Conservai il piccolo specchio per anni, e diventando uomo finii per capire che non era soltanto il gioco di un bambino, ma la metafora di quello che avrei potuto fare nella vita. Anch'io sono il frammento di uno specchio che non conosco nella sua interezza. Con quello che ho, però, posso mandare luce - la verità, la comprensione, la bontà, la tenerezza – nei bui nascosti del cuore degli uomini e cambiare qualcosa in qualcuno.”

Il piccolo specchio rivolto verso gli ascoltatori silenti iniziò a riflettere alcuni dei loro volti.
“Forse altre persone vedranno e faranno altrettanto. In questo, per me, sta il significato della vita."

Estratto da: “Vita di Harmartigan, l’oratore errante.”
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Mio silente amico, sono nuovamente al Gate nella mia solita stanza piccola e accogliente, dove ho finalmente trovato un po’ di tempo per affidare all’inchiostro i miei pensieri.

La permanenza alla Splendente mi ha ricaricata d’energie e di nuovi propositi, e ci sono così tante cose da fare che se ci penso perdo il sonno da qui alle settimane a venire.
La celebrazione in nome di Selune mi ha dato modo di mettermi alla prova anche in un ambito che ancora mi era sconosciuto, e di porre al servizio delle persone tutto ciò che ho studiato negli anni.

Il tempio era gremito di gente, la calotta stellata riluceva sulle nostre teste proiettando bagliori argentati tutto intorno, l’incenso bruciava spargendo una diafana nebbiolina nell’aria, e il sottofondo lieve dell’arpa accompagnava il vociare sommesso dei sacerdoti intenti ad accogliere i fedeli.
Avevamo preparato tutto il necessario: carte astronomiche con tracciati stellari risalenti agli anni recenti e calcoli di congiunzioni astrali attuali, per facilitare la lettura delle stelle ai visitatori.

Da anni ormai mi dedico a questi studi con amorevole dedizione, e poterli usare per leggere l’influsso degli astri a tutte quelle persone avvicinatesi per fede o per pura curiosità, è stato davvero appagante.
Che lo vogliano o no, ognuno di loro è nato nel segno di qualche stella custode, e Selune ha segnato con la sua posizione nei cieli il destino di ogni mortale che cammini su questa terra.

Alcuni oroscopi hanno stupito me per prima, lo ammetto, e inizio a pensare che l’influsso del cosmo così lontano sia molto più potente di quanto la maggior parte della gente creda.
Le stelle sono illuminate affinché a ognuno sia permesso trovare la sua, e il mio compito è proprio aiutare chi è smarrito indicandogli la via.


Ma ancor più indescrivibile è la sensazione che ho provato nell’affiancarmi agli Oracoli più esperti per divinare nel Suo nome. E’ una sensazione meravigliosa: sentirsi d’improvviso vuoti, come marionette private di vita, e un attimo dopo ricolmati della sua luce, interamente, completamente. Ho sentito la Sua voce riecheggiarmi nella mente, e il Suo sguardo farsi largo attraverso i miei occhi diventati ciechi per accogliere la divina vista interiore.

E’ forse l’esperienza più intima che un sacerdote possa fare per avvicinarsi alla sua divinità, e la sensazione che lascia anche dopo che è tutto finito, e che le forze vengono meno fino ad esaurirsi del tutto, è di aver per un istante raggiunto l’estasi di una comunione perfetta.
E ora so che non posso macchiare oltre il mio animo, che devo essere impeccabile e quanto più possibile pura, per far sì che Lei possa sempre trovare in me uno strumento degno di accogliere la Sua divina presenza.

Per il resto, inizio a pensare che senza l’amore avrei già smarrito più volte me stessa. La fede mi sostiene, ma l’amore mi completa ed allevia ogni pena con la dolcezza di un raggio di sole sul viso nel cuore freddo dell’inverno.
La stella più bizzarra di tutto il firmamento si è rivelata la mia più fidata compagna, e senza di lui non avrei avuto la forza di affrontare nemmeno metà dei miei guai.

E’ incredibile come riesca a farmi sentire amata nonostante i miei sbagli, continuando a tenermi per mano per camminare sempre insieme, ovunque il destino ci conduca.
Lui è la mia luce alla fine del tunnel, il faro nell’oscurità dell’oceano, l’unica traccia di chiarezza nella confusione. Nessuna coltre di oscurità potrà mai smorzare il bagliore della sua luce.


Ora credo sia meglio se mi metto a dormire. Presto dovremo riprendere le ricerche su quella dannata locanda. Dopo i manifesti strappati e la vecchia inquietante che vuole metterci i bastoni tra le ruote, ci mancava il funzionario bavoso che per poco non m’ha fatta impazzire.
Ma almeno abbiamo un nome: Andarasz. Se ci porterà da qualche parte è presto per dirlo, ma so per certo che non demorderemo prima di vederci chiaro in questa faccenda.

























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18/11/2010





Osservo il cielo di questa notte senza luna, limpido come se il nero potesse essere puro e l’oscurità avvolgente, cosparso di miriadi di stelle lucenti quasi che la pioggia di questi giorni le avesse lavate e rese ancora più brillanti.
Mi manca la sua luce lattiginosa in questa notte, ma le lacrime argentee mi bastano a non perdere l’orientamento tra i cunicoli bui nei quali lascio scendere i pensieri.

Ho visto così tante tenebre ultimamente, così tanto dolore, amarezza, odio. Ho visto il naturale corso delle cose torcersi e voltarsi su sé stesso, la sofferenza dilaniare le anime tanto da imprigionarle in una gabbia di perenne angoscia, e gli anni scorrere sul viso della gente con tutta l’evidenza di fardelli troppo pesanti da portare.

Inizio a nutrire dentro di me un’opprimente consapevolezza, e sebbene la sensazione sia quella di sprofondare in una voragine che s’apre sotto i miei piedi, non riesco a staccare lo sguardo da quella meraviglia nel cielo, proiettandovi sogni e speranze come se potessi imparare un giorno ad accendere le stelle.

Quante preghiere si perdono verso l’infinità dei cieli? Quante ne accoglie nel suo grembo Selune? Soffrendo per i nostri sbagli e offrendoci come una madre premurosa la luce che illumini la via, senza per questo obbligare nessuno a seguirla, attendendo come nutrice amorevole che da soli i suoi figli imparino a tracciare scie luminose dove passano le loro incerte orme.

Ho una fede che alimenta il mio agire come ancella di una luna distante, una fede che è fatta di amore, tolleranza e benevolenza. Una fede che mi dona i sorrisi dei fedeli, i loro occhi speranzosi o pieni di gratitudine, che mi permette di unire le persone in matrimonio e di dispensare consigli divini per aiutare chi è smarrito. E’ una fede che mi regala un’infinità di luce e calore.

Ma per quanto è intensa e luminosa la sua faccia argentea, tanto è tetro e impenetrabile ciò che dietro vi è celato. Quante tenebre ho dovuto attraversare nella speranza di dissiparle? Sento il suono della mia incerta voce che debolmente si appella a Lei, tramutando flebili suppliche in folgoranti preghiere che annientano e distruggono, ma le mie ginocchia si piegano e le mani tremano.

A volte guardo il mio viso nello specchio, sempre così giovane, quasi per nulla mutato. L’apparenza che la superficie riflettente mi restituisce è così ingenua e fanciullesca, che i miei occhi tanto profondi e velati di tutta la nebbia scura che ho dovuto attraversare mi paiono estranei.
Coltivo dentro di me la consapevolezza di aver visto troppo, di aver lasciato crescere una responsabilità eccessivamente grande in un corpo ancora tremendamente fragile, e mi chiedo quando arriverà il momento in cui mi spezzerò senza possibilità di rimedio.

Il mondo violenta i cuori innocenti e ferisce brutalmente le coscienze, procurando lividi e ferite sotto la pelle che non riescono ad estinguersi per molto tempo. E’ una giostra che non accenna a rallentare, ed io mi lascio abbattere solo per poi rialzarmi: c’è sempre una via che conduce fuori dall’oscurità.

Non conosciamo mai la nostra altezza finché non ci chiamano ad alzarci. E se siamo fedeli alla nostra missione la statura che raggiungiamo è in grado di toccare il cielo. L'eroismo che allora recitiamo potrebbe diventare di ogni giorno, se solo non curvassimo la schiena per la paura di essere realmente eroi.


Non dormiresti mai di notte se sapessi ciò che ho passato.
E questo pensiero è tutto ciò che ho per non smettere di fidarmi quando la luce se ne và.
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24/11/2010

Quanto amo guardare le stelle avvolta dal chiarore lunare, in queste notti lunghe e gelide ma ammantate di preziosi e fragili biancori.
Quando il mio sguardo si perde nelle stelle riesco persino a dimenticare l’oscurità che mi circonda quaggiù, riesco persino a dormire col cuore rigonfio di pace, sapendo che la mia anima è custode di una dolce nostalgia per la più antica meraviglia.

Non riuscivo a rimanere in città: c’era troppo trambusto e le luci accese mi impedivano di ammirare la volta celeste. Avevo bisogno di pace e silenzio, di riflettermi in un cielo immenso, riempito da un crepuscolo senza fine, come una stella nella gola della vacuità che origina una meravigliosa notte.
Ho cercato comunque di non allontanarmi troppo dalle mura, per non infrangere la promessa che ho fatto a Nae: è troppo premurosa come al solito nei miei confronti, ma di questi tempi non posso che darle ragione.

Molte ombre si agitano alle nostre spalle, ergendosi come despoti ad opprimere e schiacciare le flebili luci di speranza con la loro preoccupante minaccia. Siamo tutti in pericolo, e per quanto i nostri cuori possano essere pieni di valore e coraggio, sono terribilmente preoccupata per ciò che potrebbe accadere.
La mia fede è come una fiaccola perennemente accesa, pronta a bruciare con maggior ardore appena le ombre si faranno più opprimenti, e a proiettare attorno a sé tutta la luce di cui i cuori avranno bisogno per nutrirsi di rinnovato vigore.
Mi chiedo solo se riusciremo ad arginare le minacce, riuscendo a prevenire i danni maggiori, e a scongiurare che vi siano altre innocenti vittime.























Non mi sembra vero che vi sia tutto questo male serpeggiante intorno a me, ora che fisso queste stelle immote, e ritrovo per un istante l’innocenza di una mente da sognatore.
Eppure nella mia testa i pensieri si ricorrono e si accavallano, ricordandomi chi sono e tutto ciò che il mondo si aspetta da me, in virtù del mio ruolo e del favore che Selune mi concede.
A volte vorrei poter soltanto concedermi una pausa lunga un sogno, che svanisca all’alba lasciando il dolce ricordo di qualcosa di meraviglioso e perduto, come un’altra vita immaginaria nella quale le ombre non osino entrare.

Per fortuna non tutti i miei pensieri sono così cupi: in questi giorni cerco di tenermi occupata anche con altre faccende, sbrigando un po’ di burocrazia a Palazzo e occupandomi di persona di alcune situazioni che stanno facendo tanto discutere.
Fatico ancora ad adeguarmi a leggi che a volte impongono vincoli rigidi e insensibili a quelle che sono le infinite variabili di una creatura vivente, e prego costantemente Selune affinché mi dia la saggezza necessaria per agire senza infrangere i vincoli legali, ma tenendo sempre un occhio di riguardo a ciò che anche il mio cuore reputa giusto.

Vi è poi la storia della locanda, che continua a rimanere celata dietro fosche nubi e inquietanti misteri, rotti solo da brevi squarci di chiarezza che di tanto in tanto riusciamo a raggiungere. Sembra che Blif possa dirci qualcosa di più, almeno per quanto riguarda l’organizzazione con la quale è implicata Vill, ma personalmente non riesco a fare a meno di pensare che più gente coinvolgiamo e più mettiamo a rischio le loro vite.
Ciò che ho visto là sotto mi ha profondamente scossa: ancora mi sveglio di soprassalto la notte, rivedendo in sogno tutti quegli orrori, e se non fosse per la presenza di Etrigan al mio fianco credo che non riuscirei nemmeno a dormire.

Già, alla fine tutti i pensieri tornano sempre su di lui. La mia stella nomade ha un potere su di me che ormai stento a quantificare, e la sua presenza mi rassicura con una naturalezza disarmante.
Non è mai notte quando vedo il suo volto, e non è nemmeno giorno, non c’è nessun bosco solitario né alcuna ombra sul sentiero: lui è l’intero mondo ed è lì a guardarmi, cancellando in un solo istante tutto ciò che sta all’infuori di noi due.

Credo di amarlo in un modo che le parole faticherebbero ad esprimere: amo un segugio e predatore, una stella raminga che ha lasciato il suo posto privilegiato nel cielo solo per proteggere ovunque ciò che gli è caro. Un cacciatore indomito e stupendo, con valli d’ombra negli occhi, vento nell’anima, e pioggia tra le ciglia.
E’ lui l’unico sogno che cancella la realtà, la fiaba che mi culla nelle notti più buie, e il fuoco che infiamma il mio cuore accendendo un desiderio inestinguibile.
Non c’è null’altro al mondo in grado di possedermi totalmente, in un solo attimo, di rapire la mia mente e sollevarla verso un paradiso fatto solo di noi due.

I suoi occhi, i suoi quieti e scuri occhi che stillano quel dolce veleno, sono laghi dove si specchia e trema capovolto il mio cuore, abissi infiniti dove a frotte si dissetano i miei sogni.
Vacillo al suono della sua voce, prodigio con cui m’intacca l’anima e l’affonda senza rimorsi nell’oblio di un sogno, e languente a filo di vertigine la spinge alle rive della più profonda ebbrezza.

Possa il mondo girare e girare, possano la terra capovolgersi e le stelle infrangersi: nulla potrà mai ottenebrare questa luce.

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Rivedo i boschi del nord, gli alberi maestosi tesi verso un cielo limpido, mio padre che taglia la legna e i primi fiocchi di neve che scendono come una lieve poesia a baciare la terra scura.
Mi sembra di poter sentire ancora il canto lontano degli uccelli che iniziano a migrare, e la melodia dolce dello scorrere del fiume Neverwinter.
Chiudo gli occhi per fermarne l’immagine così nitida e mi concentro sugli odori: la terra bagnata, il legno che brucia nel camino, e il profumo intenso delle tisane che preparava Sheela per mio padre la sera quando rincasava dal lavoro.
Una sensazione di pace e una sinfonia solitaria di bellezza perduta.

Riapro gli occhi, ed ombre lunghe e silenziose si estendono ad avvolgere in una morsa di rimpianto quei ricordi così puri e candidi come la neve.
D’improvviso l'acqua riversa il suo abbraccio attorno alla roccia, e la decadenza gocciola dall'inquieto vuoto dove il ghiaccio si forma, dove la vita finisce. La roccia viene inghiottita dal flusso cremisi, e la marea rossa scorre al di là dell'eburnea ferita, in una danza contorta.
Il mio sacrificio si perde in questo fiume di ricordi: un'onda violenta e impetuosa per porre fine al tempo.
Uccelli rossi fuggono dalle mie ferite e ritornano come neve cadente per spazzare il paesaggio, un vento tormentato solca le terre deserte, e l’amara nevicata diviene solo un’ode infinita al silenzio.


* * * *

Stavolta apro gli occhi davvero, e mi accorgo che stavo solo sognando.
Sono raggomitolata in una pesante coperta di lana, e il torpore che provo mi stordisce e mi culla in una squisita immobilità. Il naso mi prude e sento il profumo delle erbe amare che ho bevuto prima di dormire, per attenuare la febbre e intorpidire il mio corpo fino a che non avrà smaltito la malattia.

Al Gate è arrivata la prima copiosa nevicata che annuncia l’incedere incalzante dell’inverno, ed io, nostalgica di un’infanzia che a stento riesco a scrollarmi di dosso, mi sono trasformata in una stupida ed ingenua bambina che si perde a giocare con la neve.
La febbre calerà presto e diverrà solo un ricordo facilmente dimenticabile, ma la sensazione di libertà assoluta e leggerezza che mi hanno dato quei momenti di spensieratezza, come rare gocce di prezioso diamante in un macigno di roccia densa e scura, rimarranno a lungo nel mio cuore.

Fatico a liberarmi degli spettri tra la neve, delle voci del passato e delle ombre del presente, ma non posso per questo rinunciare alla pura e semplice voglia di vivere intensamente, di inventarmi due ali e provare a volare lontano, per vedere se dall’alto le cose sembrano più piccole e in fin dei conti affrontabili.

La sonnolenza si sta impadronendo di nuovo del mio corpo, e forse è il caso che io recuperi tutte le energie necessarie. Non voglio trascurare nessuno dei miei compiti, e voglio esser pronta quando sarà richiesta la mia presenza.
Presto affronteremo di nuovo quei vampiri, e stavolta non saremo soli. Se Selune lo vorrà, farò di tutto per proteggere coloro che hanno accettato di aiutarci in qualcosa di così tremendamente grosso e rischioso. Sarà folle, ma è l’unica soluzione: dobbiamo annientarli e spazzare via tutto l’orrore definitivamente, inondando le tenebre di una luce intensa ed accecante com’è quella della mia amata Signora.





































"In qualche luogo i nostri sogni diventeranno realtà.

C’è un lago solitario

illuminato dalla luna per me e per te

come nessuno per noi soli.

Lì la bianca vela spiegata

in un vago vento non sentito

guiderà la nostra vita

laddove le acque si fondono.

In un lido di neri alberi,

dove boschi sconosciuti vanno incontro

al desiderio del lago di essere di più,

renderemo il sogno completo.

Lì ci nasconderemo e svaniremo,

uniti vanamente al confine della luna."

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8/12/2010

La pioggia scrosciante batte sulla tettoia di legno, scendendo in rivoli copiosi lungo i sostegni laterali, e creando una cortina d’acqua che distorce la visuale sul paesaggio.

La ragazza si risveglia lentamente, prendendo coscienza del rumore della pioggia che col suo costante e cadenzato ritmo la invita a rimanere avvolta nel torpore.

Fa freddo nel riparo di fortuna trovato nel bosco, e il grosso mantello di lana non basta più a scaldarle la pelle. Ancora assonnata e intorpidita mormora una breve salmodia, troppo soave e sussurrata per venir udita nello scrosciare violento della pioggia, ma che Selune non esita ad esaudire facendo scaturire una potente energia dalle sue mani.

Una volta distese le membra, piacevolmente percorse da un rinnovato calore, la ragazza sfiora con dolcezza la fronte addormentata del compagno, avvolgendo anche il suo corpo col calore di una preghiera che gli permetta di continuare a dormire beato, incurante del gelo tagliente.






































E’ strano risvegliarsi in un posto così sperduto e senza la sicurezza di quattro solide mura intorno, ma mi piace avvicinarmi al suo mondo e provare a vivere infilandomi nei suoi panni.
Del resto ovunque ci sia lui mi sento sicura e protetta, e per quanto la pioggia sia fitta e denso di nubi il cielo, sento la luce argentea di Selune sempre pronta a sorreggermi e venirmi in soccorso.

C’è una strana pace nei boschi, come se la natura incontaminata fosse in grado di trasmettere una serenità profonda, e al contempo un intimo sentore di essere in balia di qualcosa di più grande, qualcosa che è pronto a divenir ostile se se ne altera l’equilibrio.
Non sono adatta a questo tipo di vita, eppure starmene qui raggomitolata sotto una tettoia a farmi cullare dal suono della pioggia mi infonde una gran pace.

Guardo Etrigan dormire, e mi domando in quale sogno stia vagando, ora che l’espressione del suo viso è così distesa e serena.
Ma sono consapevole che là fuori da qualche parte c’è qualcuno che per questo freddo sta soffrendo, qualcuno che nel fango creato dalla pioggia sta affondando fino alle ginocchia, e probabilmente anche qualcuno in preda a sonni agitati e pieni di incubi.
I miei pensieri si spingono ad accarezzare con apprensione le immagini delle persone care, sfiorando Neblin con una preghiera affinché riesca a liberarsi dei suoi fantasmi, Nae con un sussurro affinché ritrovi la luce dentro sé stessa e accetti la fragilità invece che nasconderla dietro un muro impenetrabile, e Fade con la sua compagna, con una supplica alla Vergine perché le protegga fino a che non riuscirò a fare qualcosa.

Ho fatto uno strano sogno, prima di venir svegliata dal rumore della pioggia.
Ho sognato di vedere il mondo da altezze distanti e sublimi, respirando un’aria così pura da togliere il fiato, come se stessi sulla cima di un’enorme montagna, o negli occhi di un maestoso falco che solca i cieli.
Ed era una sensazione splendida: potevo volare e osservare ogni cosa, ma da quell’altezza era tutto così piccolo che in fin dei conti non era più così importante.

Dev’essere stato per via di quell’albatro che Etrigan ha salvato notando come fosse rimasto ferito e intrappolato tra le travi.
Che spettacolo orribile vedere una tale candida creatura sbatter invano le ali contro una prigione di legno che non faceva altro che ferirlo di più.
Eppure non sembrava importargli, come se il richiamo della libertà e il bisogno di tornare a volare fosse più forte anche di tutto il dolore.
Ho pregato la mia Dea perché facesse tornare le sue ali piumate integre e forti, così che potesse riprendere la via dei cieli e salutarci dall’alto svanendo come una sagoma chiara contro il blu del cielo.

Era stupendo, principe dei nembi che solca i cieli distanti incurante dei venti e delle tempeste, dispiegando le sue grandi ali e ridendosi di noi qui sulla terra.
E’ buffo pensare a com’è goffo quando si posa al suolo e non riesce a camminar regale per via di quelle sue ali da gigante, sembrando così impacciato e ridicolo. Vi sono creature alate che, esuli sulla terra, perdono la loro grandezza, vedendosela trasformata in difetto.
Ma quella grandezza permane nell’animo, essendo radicata nella loro più intima natura.

La verità è che forse un po’ mi sento simile all’albatro esiliato: spesso sentendomi inadatta e impotente di fronte alla vita, priva di ali me ne sto sulla terra sognando di volare.






































Una semplice parola può farti ridere o piangere,

ti capita di trovarla nell’amore puro

o nella certezza della più profonda amicizia,

e quando la afferri e la custodisci tra le tue mani

stai già volando senz'ali.


Per quanto impossibile sembri,

devi combattere per ogni desiderio,

perché non puoi sapere quello che lasci andare

o ciò di cui ti privi se smetti di provare a volare.

Il mio sogno adesso è svegliarmi accanto a te,

guardare l'alba riflessa sul tuo viso,

sapere che posso dirti di amarti in ogni posto ed ora.


Sono piccole le cose che so, quelle cose che ti fanno mio,

ed è esattamente come volare senz'ali.

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19/12/2010

Camminava sulle rive sabbiose, lievemente smosse dall’infrangersi delle onde, portate verso la terra dal soffio di una leggera brezza marina.
Seguendo la scia di una marea scostante, proprio come la luna vigile ma sempre mutevole che dal cielo la governa, lasciava orme labili e inconsistenti, tracciate sul filo di una carezza di sabbia sotto i piedi scalzi.

La notte limpida avvolgeva nel quieto silenzio il turbinare dei pensieri, e il vento lieve, delicato come un ladro gentiluomo, rubava alle sue guance gli unici accenni di emozioni che in quella solitudine avrebbe potuto tradire.

Immagini diverse prendevano forma nella sua mente, danzando innanzi ai suoi occhi come visioni oniriche proiettate nella foschia notturna.
Persone che sparivano ed altre ritrovate, occhi distanti e abbracci tangibili, risate cristalline mischiate a visioni di sangue e dolore.

Stava imboccando delle strade che non poteva sapere dove l’avrebbero portata, e scorgeva innanzi a sé solo un labirinto immenso dispiegarsi all’infinito come una matassa ingarbugliata senza inizio né fine.
Eppure i bagliori che scorgeva sulle onde infrante a riva bastavano a ricordarle chi la stava osservando dall’alto, nonostante non avesse coraggio di alzare il viso verso quella luce.
E le ombre dalla parte opposta, verso il bosco addormentato, erano sufficienti a ricordarle dove abitava l’altra metà di sé, dove poteva cercare la sua certezza.

Sorrise, e il suo volto si distese ad accogliere una ritrovata serenità estremamente piacevole. Il suo sguardo cercò nuovamente la luna, e una volta trovata se ne riempì gli occhi ed il cuore, lasciando che pensasse la marea a portar via le orme di qualsiasi dubbio residuo.


Lasciò il rotolo di pergamena fermato col solito nastrino azzurro vicino alle cose di lui, insieme a qualche biscottino e a una bottiglia di latte per quando si sarebbe svegliato.





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22/12/2010

Ricordo tutto come se fosse ieri. Il fuoco che arde nel caminetto, il profumo della carne arrostita che inizia a spargersi nell’aria, gli incensi e le candele accese sul tavolo.
Io che continuo a correre fuori dalla porta a far suonare i campanellini appesi al cancelletto, mentre attendo di vedere nostro padre far ritorno dal viale che si perde nell’oscurità al giungere della sera.

Sheela è in cucina e sta preparando i biscotti, la sento canticchiare allegramente mentre lavora all’impasto, e di tanto in tanto le scappa un poderoso starnuto che mi fa ridere a crepapelle.
Il pomeriggio siamo andate insieme nel boschetto dietro casa a raccogliere foglie di sempreverdi e rametti di vischio, facendo a gara a chi ne trovava di più.
Prima di rincasare abbiamo fatto la solita follia, rinnovando il gioco che ogni anno ripetiamo prima della grande cena per il solstizio di Nightal, tuffandoci nelle acque del nostro adorato Neverwinter e facendoci i dispetti a vicenda, rischiando la congestione, per vedere chi per prima cede e risale a riva.

L’inverno non ci fa paura, perché siamo giovani e spensierate, e immergerci nelle acque gelide è la prova che siamo sfrontate abbastanza da sfidare il freddo e donare il nostro calore alla natura che presto rifiorirà.
Il mio naso gocciola e probabilmente avrò presto la febbre, ma il calduccio della stanza impregnata dei profumi della cena, e l’entusiasmo fanciullesco per la mia festa preferita, non mi danno modo di pensarci.

I campanellini suonano a festa, e finalmente nostro padre rientra, con un largo sorriso che gli illumina il volto scavato dall’età. Gli corro incontro abbracciandolo e cominciando a raccontargli concitata tutto ciò che è accaduto durante il giorno, costringendolo a lasciare a terra il sacco in cui ha raccolto la legna per il focolare, e a prendermi tra le braccia per farmi il solletico e farmi star zitta.
Anche Sheela viene ad accoglierlo, con la maggior compostezza che la caratterizza, e dopo aver ricevuto il bacio sulla fronte gli infila al polso il braccialettino di vischio intrecciato che gli abbiamo preparato poco prima.

Sì, ricordo tutto come fosse ieri, eppure la consapevolezza di star ripensando a un tempo perduto per sempre non mi lascia godere di quei ricordi senza gettarmi addosso un senso profondo di nostalgia.


*pagina di diario*

E’ strano come tutto possa cambiare nella vita eppure rimanere sempre uguale. Per quanto gli eventi abbiano cercato di plasmare il mio essere nel corso degli anni, non riesco a liberarmi della parte più profonda di me stessa, quella parte che vorrebbe ancora vivere in una casetta di legno nella lontana Neverwinter, e festeggiare le cose più semplici con l’entusiasmo ingenuo di chi ancora non conosce il mondo.

Shau è stato davvero buffo per tutto il tempo ieri, pensa che all’inizio nemmeno voleva darmi retta, ma poi ovviamente ha dovuto cedere alle mie richieste.
Il Solstizio invernale è giunto anche quest’anno, e invece di lasciarmi attanagliare dalla tristezza dei ricordi perduti ho deciso di festeggiarlo come un tempo, insieme a lui, sebbene fossi consapevole che sarebbe stato tutto molto diverso.

Ho costretto Shau ad andare nei boschi intorno a Scornubel a raccogliere edera, vischio e agrifoglio, per poi rubare un piccolo pezzo di ceppo a una fattoria lì vicino, e raggiungere infine il Chiontar, che per quanto non sia nel mio cuore come lo è il Neverwinter, devo dire che faceva lo stesso a caso mio.
Mentre passeggiavamo gli ho raccontato dell’usanza a Waterdeep secondo la quale, il 21 di Nightal, alcuni giovani si vestono di tuniche bianche, attraversano la città di corsa, e si gettano nel gelido mare delle spade per scongiurare la rigidità dell’inverno.
Ti assicuro che da come l’ha presa ho pensato subito che mi avrebbe odiata appena avesse saputo cosa lo aspettava, ma nonostante tutto l’idea di fargli un dispetto mi divertiva da matti.

L’ho portato vicino alla riva e ho cercato di persuaderlo con le buone, riservandogli una lieve preghiera che gli permettesse di non soffrire troppo il freddo, per poi iniziare a spogliarmi rapidamente e correre a tuffarmi nel fiume.
Sapevo che per quanto lo trovasse folle mi avrebbe comunque seguita, e così è stato.
Credo di aver battuto i denti da morire, ma valeva la pena di rinnovare la sfida all’inverno come facevamo sempre io e Sheela, e di trascinare con me l’unica persona che adesso fa parte della mia famiglia.
E’ stato folle ed esilarante allo stesso tempo, ed è stato come rinascere nel concedermi la leggerezza di giocare con lui, incurante di qualsiasi conseguenza, con la voglia soltanto di godermi il momento e di essere per un breve lasso di tempo soltanto Liv: una ragazzina come tante altre, piena di sogni e insicurezze, ma anche di voglia di prendersi un po’ gioco di questa vita.

Non puoi immaginare la fame che avevamo, e come abbiamo divorato la cena abbondante e succulenta, consumata in onore della notte più lunga dell’anno. La notte che sancisce un nuovo inizio, e che annuncia la rinascita del sole che da oggi in poi riprenderà a salire all’orizzonte, annunciando una primavera che non tarderà ad arrivare.
I biscottini della locanda non erano male, soprattutto imbevuti nel sidro caldo, e il sorriso sereno di Etrigan è riuscito persino a farmi dimenticare che non c’era Sheela in cucina, né mio padre sulla sedia a dondolo intento a lavorare il legno per farci dono di qualche umile giocattolo per coronare quella splendida e lunga notte.

E’ stato strano vedere lui impegnato ad incidere il nostro ceppo rubato con il disegno un piccolo sole, per poi gettarlo tra le fiamme e rimanere ipnotizzati dalla danza del fuoco che tutto divora e tutto trasforma.
Solo una cosa non ho rispettato della nostra tradizione familiare, una cosa che da piccola adoravo fare: il ramoscello dei desideri, sul quale ogni membro della famiglia doveva legare un nastrino ed esprimere il più sentito dei desideri, per poi conservarlo sopra al caminetto fino all’anno a venire.
Non ti so dire perché non l’ho voluto fare: forse perché ho timore di desiderare qualcos’altro altro oltre a tutto ciò che già riempie la mia vita, e che ho costantemente paura di perdere, consapevole di quanto io sia dannatamente fortunata.

Forse è meglio se la smetto di pensare al mio passato, e mi decido una volta per tutte a salutare quella bambina che non c’è più.
Devo tornare al Gate per riprendere in mano quello che c’è in sospeso, e assicurarmi che il freddo non stia dando troppi problemi alla povera gente in città.
Dici che una distribuzione di mantelli ben foderati e pasti caldi per iniziativa del Governo potrebbe piacere ai cittadini? Devo parlarne con Belghy, del resto tutti quei fondi stanziati sono ancora disponibili.
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24/12

La pioggia si era fatta insistente cadendo copiosa dal cielo plumbeo, e le vie lastricate del Gate splendevano del volto della luna specchiata in umili pozzanghere.

Liv continuò a correre, incurante dello scrosciare continuo, stringendosi il più possibile nel mantello inzuppato, fino a che non varcò la porta dell’ufficio a Palazzo, grondando acqua sul bel tappeto pregiato.
Poco male, si disse: a quell’ora non c’era quasi più nessuno negli uffici, e probabilmente per questa volta avrebbe scampato i rimproveri per la sua distrazione.

Lasciò il mantello bagnato su uno sgabello accanto alla porta, e preso possesso della sua incasinatissima scrivania si tolse gli stivali, raggomitolandosi a gambe incrociate sull’ampia poltrona, prendendo poi a smistare scartoffie con un lieve broncio in viso, che a tratti si tramutava in un vero e proprio cipiglio afflitto.

Sbuffando imbronciata si decise infine a sprofondare nella morbida poltrona, poggiando in grembo il piccolo taccuino che usava come diario e prendendo a scrivere assorta.

Sono una stupida. Mi sono rifugiata in ufficio per avere qualcosa da fare e cercare di distrarmi, ma la verità è che tutto questo silenzio non mi aiuta affatto.
Questa scrivania è sempre in trambusto e gli impegni non mi mancano di certo, ma più cerco di concentrarmi su quel che devo fare e più mi sembra di star trascurando una marea di altre cose.

L’inverno è arrivato ed è rigido come non mai, e il minimo che posso fare è cercare di investire un po’ di quell’abbondante denaro, che ancora rimane nelle casse dei funzionari, per donare sollievo e speranza a chi ha pochi motivi per guardare con ottimismo al futuro.
Sicuramente ci sarà chi non è d’accordo col mio operato qui, ma non mi importa nulla di cosa possano pensare gli altri, e sono pur sempre una che non ha mai imparato a seguire le regole, quindi l’unica cosa che voglio è aiutare le persone con i mezzi che mi ritrovo, fino a che ne avrò la possibilità.

Giorni fa mi sono arrabbiata con Naeemah, non mi succedeva da tempo di perdere il controllo, e me ne sono pentita poco dopo.
La verità è che certi suoi atteggiamenti mi rattristano così tanto che l’impotenza delle mie parole si trasforma in rabbia. Non riesco a pensare che stia perdendo tutta la sua umanità, che non abbia più un cuore e che non riesca davvero a mantenere un contatto sensato col mondo e le persone che la circondano.
Si è chiusa nel suo incubo di oscurità e guerra senza riserve nel nome della luce, dimenticandosi le cose più semplici e il bisogno di mantenere un contatto più puro e genuino con le persone per poterle aiutare davvero.

Tutto è iniziato perché la Duchessa mi ha messa in mezzo nelle ricerche che i cavalieri della luce stanno facendo riguardo gli attacchi di pirati nei mari del nord, e una preoccupazione in più alla quale badare stranamente mi fa sentire più tranquilla.
Sì, lo so che è paradossale, ma ho bisogno di tenere la mente occupata, e tornare ad agire sul campo mi farà bene. Tra l’altro loro sono un gruppo di persone davvero straordinarie: ognuno è animato da una profonda fede e da un inattaccabile codice morale, e sono certa che la loro compagnia può solo giovarmi.

In verità la cosa ha preso risvolti strani e inaspettati, come quella buffa cena in cambio di qualche informazione in più. I due paladini hanno un fascino decisamente fuori dal comune, non lo nego, ma arrivare a proporre un’uscita a coppie in cambio di una collaborazione l’ho trovato alquanto bizzarro, e a modo suo divertente.
E’ strano osservare le stesse persone che brandiscono spade lucenti, scagliandosi impavidi contro i peggiori orrori, starsene poi seduti a un tavolo a provare imbarazzo di fronte a semplici persone e a una cena fuori dall’ordinario.
Ed è stupendo che sia così, che si possa conservare la propria fragilità e la semplicità di essere soltanto uomini, anche quando si vota la propria vita a qualcosa di molto più grande.

Mi chiedo io da che parte sto: se conservo integra la mia semplicità o se invece la sto perdendo di vista senza realmente accorgermene.
Mi chiedo se c’è ancora, assopita da qualche parte dentro me, la ragazzina spaurita che è arrivata al tempio di Waterdeep per essere iniziata al culto, o la sognatrice idealista che ha lasciato quello stesso tempio con tanti buoni propositi per servire il mondo intorno.
Dove sono finiti tutti quei volti silenziosi che abitavano la mia infanzia? Gli affetti, le stelle, le fiabe e i sogni? Li ho afferrati tutti solo per poi lasciarli andare, lasciarli spegnere come tante piccole fiaccole lambite dal vento. Li vedrò mai ritornare? Riemergere dall’oceano in cui vagano alla deriva i miei sogni?

Shau ha detto che sono cambiata, che non sono più come quando mi ha conosciuta. Non so se ha ragione o meno, ma vorrei tanto sapere dov’è finita l’idealista che ero e che forse non sono più.
E’ vero, tante cose mi sono passate attraverso, mettendomi alla prova e scalfendo la volontà che pur mantengo salda.
Ma è questo che accade quando gli occhi iniziano ad aver visto troppi orrori? Si perdono l’innocenza dei sogni e la purezza delle speranze più intime?
Sono una sognatrice allora come oggi, e credo fermamente nel sacrificio per gli altri, nel bisogno di dare conforto e affetto alle persone, senza mai negare possibilità di riscatto anche al più incallito dei criminali.

Cosa sto perdendo allora? Sento la sabbia fine scivolarmi tra le mani ma non so darle il peso che merita.
Ho perduto l’innocenza, e forse me ne rendo conto solo ora.
Gliel’ho donata senza riserve perché se ne potesse dissetare completamente, quando ancora nemmeno sapevo cosa fosse il mondo, quando ancora avrei potuto esser tutto e niente, ma non ho avuto il tempo di imboccare nessuna strada se non quella che ha scelto lui.
E non mi sono fermata mai prima d’ora a pensare realmente a cosa perdevo e a cosa davo, a cosa mi avrebbe resa sempre troppo diversa e distante dal mondo sul quale pure cammino.

Lentamente inizio a comprendere cosa non posso più essere, cosa è perduto per sempre, e quale nodo ho stretto attorno alla mia vita privandomi di tutto quello che non accadrà mai.
Ho dato fiducia ad occhi chiusi, ho sempre voluto credere a tutto senza fare troppe domande.
Un passato che non mi riguarda è colmo di segreti che io non potrò mai comprendere, e pur di non dargli dispiacere ho sempre lasciato che il silenzio cancellasse i dubbi per lasciare spazio a una fiducia senza perché.

E ora che so che mi ha mentito, che dietro quel silenzio c’erano scheletri di un passato mai dimenticato, come posso fidarmi ancora con la leggerezza e il candore di una stupida ragazzina illusa?
Come posso ingoiare questo senso di infinita tristezza per le promesse tradite?
Come faccio a conciliare le stelle con questi macigni che mi ritrovo tra le mani, se non ho più nemmeno l’innocenza della sognatrice che ero?

Il suo chiaro sorriso incantato, che abita i miei pensieri anche in questo istante, riemergendo dai sogni che mi parlano di lui, mi riporta adesso al giorno in cui ho imparato che nulla è per sempre, e che la buona volontà mascherata di sorrisi è solo un altro imbroglio dei suoi.
Posso lasciar passare tempo e tempo ancora, ma ho la sensazione di aver perso qualcosa, e non riesco a comprendere il significato delle mie convinzioni interiori, alterate da tutto quello che mi è passato addosso.
Dovrei saperlo che il tempo consuma la gioia quotidiana, che non resiste fino al giorno dopo. E allora cosa mi resta?
Verso il cielo cerco la mia dimensione, e pietra dopo pietra continuerò a costruire il mio rifugio, perché tutta la mia devozione possa trovare un luogo sicuro nel quale cadere ogni volta che il cielo mi lascerà precipitare.

E' semplicemente troppo arduo soffiar via tutti questi frammenti di stella. Vorrei poter volare via, lontano, in un luogo d’incanto dove ancora poterti sentire completamente mio. Vorrei credere ancora alla luce nei tuoi occhi, alla scintilla di sogni senza fine, ma il desiderio che mi striscia dentro mi fa recedere e nascondere, per cercare rifugio in una forza interiore che non mi farà smarrire.
Cercavo una ragione e la mia strada nella luce, ma ho perso la via delle favole, e migliaia di ricordi dimenticati rimangono scolpiti sulla pietra: simboli della mia fanciullezza perduta.
Nel vento adesso fluttua un sogno, e centinaia delle mie promesse e giuramenti spezzati, portati via dalla corrente, artefatti di quel che un tempo ero.

Leggo i segni nelle stelle, interpreto scritte lasciate da scie argentate, e il vento notturno ulula la sua litania, cantando alla notte la favola dei buoni propositi traditi.
Potrebbe essere la più spietata o la più dolce di tutte le notti, invece è solo un momento che si prolunga nel chiarore del suo pallido sorriso.
Mentre i fiocchi silenziosamente cadono, resta solo un ricordo lontano di cose non fatte, un ritorno all'Innocenza, un viaggio indietro nel Tempo, quando ogni cosa sembrava chiara e pura.


Quando la costa non è né terra né mare
come il tempo tra i tempi
Quando l'alba non è né giorno né notte
Tu sei tra i mondi.

Un cerchio senza fine sostiene le mie impronte
Con mano veloce e sicura guidi i miei passi

E così cammino nel tuo sentiero senza fine
E viaggio attraverso l'eternità
In questi labirinti di vita
Senza sapere ciò che il prossimo passo recherà

Tieni il mondo allineato
Vincolo tra l'anima e il corpo
Attrai il cuore dei cuori
Con saggezza oltre il destino

Nodo senza fine, sostieni le mie impronte
Con mano veloce e sicura guidi i miei passi
Luce che risplende dall’alto

Luna chiara e pura
unica luce sul mio orizzonte.
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6/1/2011

http://youtu.be/SP8mXcVmngQ

Hammer era giunto nuovamente, seguendo un ciclo inarrestabile che travalica ogni fragile caducità passeggera, e la neve che copriva il terreno arido cominciava a splendere maggiormente, percorsa dai raggi di un sole che lentamente si faceva strada sempre più in alto all’orizzonte.

Neverwinter: i suoi boschi e il suo fiume, le sue imponenti mura e il traffico cittadino. Si era ripromessa di non tornare a casa, e invece alla fine lo aveva fatto anche quest’anno.
Era un giorno come un altro per qualsiasi creatura nel Faerun, eppure negli occhi di Liv il fiume pareva scorrere più mesto e lento, e i raggi del debole sole invernale sembravano accoglierla carezzandole il viso e augurandole un buon compleanno.

Da piccola adorava quella ricorrenza, ma poi, crescendo, la consapevolezza che nello stesso giorno qualcosa fosse nato e qualcos’altro invece perduto per sempre, le aveva reso sempre più amaro il sapore di celebrare quel giorno.
Inoltre, più si avvicinava a casa e più un frastuono assordante le invadeva la mente, riempiendola di suoni, luci e colori che prepotentemente scavalcavano i confini del tempo rendendo i ricordi così reali da far ancora male.

Sapeva che non ci sarebbe stata Sheela a casa, e che non ci sarebbe stata nemmeno alcuna festa, perché non c’era più nessun motivo di festeggiare.
Ma il sorriso stanco e invecchiato di suo padre che la accoglieva a braccia aperte era in grado di confortarla sempre molto più di quanto sperasse.
<<..E così sono 19? Come sei cresciuta piccolo angelo..>>
“E’ buffo quando le parole non servirebbero affatto, eppure si sente il bisogno di riempire qualcosa di sillabe scontate e inutili, come se un vuoto fosse ben tangibile ma nessuno avesse il coraggio di ammettere che c’è” – pensava tra sé, mentre con un sorriso amorevole e rassicurante osservava l’anziano padre commosso per la sua visita.

Il fuoco scoppiettava ancora vivace nel caminetto quando decise di congedarsi, prima che facesse buio e che i fantasmi del passato diventassero troppo presenti da riaprire vecchie ferite.
Lasciò al Padre qualche regalo perché potesse sentire la sua presenza anche quand’era lontana, sebbene sapesse perfettamente quanto a lui pesasse la solitudine di quella vita in cui ormai erano rimasti soltanto in due, e richiuse la porta di casa serrando gli occhi per un lungo istante nel quale avrebbe desiderato soltanto scomparire.

Quando riaprì gli occhi sul vialetto il sole era ormai calato e le ombre degli alberi si allungavano sulla terra disegnando bizzarre fantasie.
Non riuscì ad evitare di rivedere quella scena che per anni aveva cercato di dimenticare, lì davanti ai suoi occhi come se potesse ripetersi in un’ossessiva recita che ricomincia continuamente da capo, svolgendosi innanzi al suo sguardo impotente.
Cercò di riscuotersi e di far appello a tutta la sua volontà, e passo dopo passo si decise a scavalcare ombre e fantasmi, ordinando a sé stessa di non voltarsi più.

“Feriscimi adesso, feriscimi ancora: non riuscirai a vedermi piangere. Presto sarai tu quello che sentirà il maggior dolore.”


Si inoltrò alla periferia del bosco che, per quanto tetro e inospitale, col tempo aveva iniziato a farle sempre meno paura. Aveva imparato a fronteggiare orrori indicibili, e in fin dei conti tutto ciò che più la terrorizzava non era mai stato qualcosa di concreto, qualcosa contro cui si potesse in ogni caso combattere.
Poco distante, tra le sterpaglie e le foglie dei sempreverdi, la tomba di sua madre era ancora lì, solo più consumata e segnata dal tempo.
“Eccomi qui: la vita che nasce dalla morte. Sono il tuo assassino madre, e sono l’unica che non ha potuto amarti.”

Prese il giglio candido che aveva con sé e lo ripose sul terreno, osservandone la bellezza semplice e pura, pensando a ciò che quel fiore simboleggiava nelle tradizioni comuni: immortalità e desiderio di fermare il tempo.
E lei non lo conosceva un modo di fermare il tempo, ma uno per incantare almeno i ricordi…sì.

La notte era ormai calata adombrando il paesaggio di un sottile manto di foschia, e quando sentì la pallida luce della luna carezzarle il viso, fu come se si ridestasse da un lungo sogno.
Sapeva chi era stata ma non conosceva cosa stava divenendo, e come la marea il suo cuore seguiva impetuoso i cambiamenti dettati dalla luna distante.

“Uccidimi ora, uccidimi di nuovo: non sono fatta per morire. La mia vita è piena di morte, ma io riuscirò a rinascere.”

Neverwinter era ormai lontana alle sue spalle, e la carovana incedeva sussultando sulla strada sterrata inoltrandosi nella notte.
Il plenilunio illuminava la pagina di diario ancora invasa di quel candore tipico del vuoto che precede ogni inizio, come un’alba in cui tutto è possibile, e Liv quasi si sentiva in colpa a doverla riempire di tutti i suoi pensieri tramutati in inchiostro.


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Un'altra notte è passata, e con essa le paure e i timori se ne son andati, le ombre svanite. Le nuvole abbandonano il cielo e l'orizzonte indica nuove vie da scoprire, perché c'è sempre un sentiero da seguire e uno che conduce a casa.

Devo rincorrere le tracce prima che la luce svanisca, prima che ridiscendano le ombre.
Coprendo miglia e miglia nella distanza inesplorata si possono ritrovare i sogni perduti, vivere per sempre e vagare senza meta.
Non temo di cadere, anche se il sentiero che scelgo, alla ricerca di risposte, non me ne da mai alcuna. Quando lascio che l’oscurità mi circondi non posso andare avanti e nemmeno tornare indietro, ma riesco sempre a vedere gli astri solcare il cielo, e precipito nella luce urlando le mie preghiere.
Perdere la fiducia è un delitto, ma così raramente si riesce a donarla, che quando qualcosa squarcia il velo delle illusioni da sogno, rivelando il freddo volto della realtà, tutto sembra doppiamente difficile da sopportare.
Sono disillusa, forse smarrita, ma continuo ad avere ben chiara la mia missione e le mie ginocchia non si piegano di fronte a nulla se non agli dei.
Quel che mi ha detto Shau mi ha fatto anche più male della menzogna, perché dalle sue parole ho capito quanto sarebbe disposto a giocarsi per me, quanto mio malgrado io debba esser responsabile di quel che siamo diventati a vicenda.
Lo amo e non voglio che cambi una virgola, nemmeno di quel che mi spaventa o di quel che non posso comprendere, ma sento che stiamo crescendo insieme e che non c’è modo di controllare quel che ci accade. Lui non è la stessa persona che era, e io non sono più soltanto io se non riesco a spiegare me stessa e la mia vita prescindendo da lui.
E’ come se si fosse infilato sotto la mia pelle e mi scorresse nelle vene, come sangue estraneo che ho fatto mio, o come veleno al quale ho acconsentito di assuefarmi lentamente. Io non esisto senza di lui? Forse esisterei solo a metà.

E in quella metà che ho donato cosa ho realmente perso? Parlo con nostalgia della mia vita, come se avessi smarrito qualcosa: l’ha capito persino Lucas dopo avermi osservata per così poco tempo.
So che ha ragione, so che anche se evito di ammetterlo il mio cuore sa perfettamente quanto pesa la consapevolezza di aver perso ciò che credevo di voler essere.
Non voglio fermarmi a guardare indietro, né costringere me stessa a tirare le somme di scelte che ho fatto volendole pienamente, e so che finché ci saranno la devozione e le mie convinzioni a sostenermi non importa cosa lascio per strada, ma solo cosa riesco a raggiungere.
Come una stella cadente posso continuare a bruciare nel cielo lasciando una scia di frammenti argentati perduti, ma niente può fermarne il cammino.

So meglio di molti altri come le traiettorie degli astri si intersechino in complicate matasse piene di significati lampanti eppur così intimamente indecifrabili, impossibili da controllare davvero, un po’ come le strade che si imboccano nella vita e che ci fanno diventare quel che siamo.
Quante scie ho lasciato al mio passaggio? E quante persone ho incrociato nel mio cammino scegliendo di passare oltre?
A volte invece mi capita di fermarmi inaspettatamente, come qualche notte fa, sulla collina a guardare le stelle in un bagno di luce lunare, incrociando la scia di qualcuno che mi è passato così pericolosamente vicino da costringermi a chiedere a me stessa quanto sto perdendo ogni volta che facendo troppa luce non vedo le cose che ho intorno: preziose ma troppo timide per mostrarsi.
Solo per una notte ho vissuto i suoi respiri e afferrato i suoi sguardi per rivolgerli alle stelle, e mentre il giorno iniziava con una splendida vista, danzando sulla rugiada del mattino, mi sono concessa di chiedermi cosa sarei potuta essere “se…”, laddove i “se” hanno creato una catena infinita di possibilità che inevitabilmente sono finite col perdersi nelle stelle.
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11/1/2011

Nella luce calda del mattino il cortile del Gran Teatro sembrava un piccolo giardino incantato, illuminato dai riflessi di rugiada sulle foglie che si aprivano al nuovo sole.
Fin dalle prime ore dell’alba erano iniziati i preparativi, allestendo i banchetti per la distribuzione e portando tutto l’occorrente preparato nei giorni precedenti.
Liv era euforica ed entusiasta della cosa, e non era riuscita a starsene con le mani in mano nemmeno un attimo, sentendo la necessità di stare in mezzo ai preparativi aiutando come poteva.










Aveva sbuffato più e più volte sopra tutte quelle scartoffie necessarie per organizzare l’evento, ma alla fine era davvero soddisfatta di esser riuscita ad impiegare quei soldi in un modo che a lei pareva decisamente nobile.
Il malcontento della borghesia nei confronti del governo poco le importava, così come per tutte le stupide dicerie sulla corruzione dei funzionari: per lei quel lavoro era solo un’occasione in più per aiutare le persone, in quel modo assolutamente peculiare che aveva sempre perseguito, nel rispetto di una propria morale e dei suoi principi di fede.
Nonostante fosse in carica già da un po’ ormai, le leggi continuavano ad andarle strette, ma dopotutto spesso riusciva a trovare sagge soluzioni concilianti, ed in cuor suo era convinta che pensare ai bisogni delle persone meno abbienti dovesse essere uno dei primi compiti di chi sta al governo di una città.

Così alla fine ci era riuscita: il sole era ormai alto a indicare il mezzogiorno, e la gente continuava ad accalcarsi in disordinate file per ricevere il cestino con i viveri, le coperte e i vestiti pesanti per far fronte al lungo inverno.
Ogni tanto Liv scendeva nel grande salone per controllare i preparativi della festa che si sarebbe tenuta in serata, e a vedere tutto quel fermento di attività si lasciava contagiare da una voglia di fare sempre crescente, non vedendo l’ora di scoprire come sarebbe andata la festa.
Di feste non ne sapeva davvero nulla, ma le era sembrato giusto concludere la giornata dei doni con un evento di svago per allietare la cittadinanza e render i cuori più leggeri nello stare in compagnia in un clima di festa.


Quando il sole cominciò ad immergersi nella linea dell’orizzonte, e le luci cittadine iniziarono ad accendersi come tante stelle, tutti i preparativi erano ultimati, e la gente iniziava già ad affollare il grande salone intrattenendosi al banchetto allietato dai musici.
Qualcuno doveva aver pensato che si trattasse di un gran ballo elegante per come si era agghindato, qualcun altro invece si era presentato in vesti più dimesse e disinvolte. Del resto non vi erano state indicazioni di alcun tipo, e Liv non era certo una che sapeva occuparsi dell’etichetta e dell’eleganza formale: nell’educazione e nel rispetto ognuno poteva fare un po’ quel che gli pareva, era così che la pensava.
Non appena il salone cominciò ad esser gremito la musica lasciò spazio ai giochi, e la gara del sollevamento della dama fu di certo il più bizzarro. I partecipanti erano sia energumeni come Daemon e Gareth, sia ragazzi gracilini come Lucas, e le dame scelte tra il pubblico permettevano una progressione di difficoltà sempre maggiore.
Stesi a terra e con la sola forza delle braccia, i contendenti si dilettarono a sollevare più e più dame, fino all’ultima prova davvero faticosa. Quando Liv vide la mezzorca enorme che sbucò da dietro le quinte non poté che provare un misto di apprensione e divertimento per quei poveri contendenti, ma nello stupore di tutti vi fu qualcuno che riuscì nel disperato intento.
Il donnone sembrava divertirsi alquanto, non fosse che ad un certo punto diede di matto e provò a corteggiare Lucas con dei metodi davvero poco consoni e alquanto violenti, ma la situazione degenerata venne sedata in tempo.

A seguire vi furono i balli, e ai musici ingaggiati per l’evento si unì anche uno strano bardo che presentò dei componimenti poco convenzionali, ma comunque apprezzati dal pubblico.
Liv, dal canto suo, era abbastanza insofferente e poco avvezza ai passi canonici e misurati, anche perché non era per nulla brava a ricordarseli tutti e spesso li sbagliava. Così, appena superata l’iniziale timidezza, decise di buttarla sul giocoso e di ballare in modo del tutto atipico pensando solo a divertirsi, con quello che era decisamente il cavaliere meno consueto che avrebbe mai potuto desiderare: il suo carciofino Frum.

A balli finiti si premurò di regalare agli ospiti alcuni libretti che aveva preparato nei giorni precedenti, passati ad osservare le congiunzioni astrali nei cieli del nuovo anno, e le scie lasciate dalle stelle distanti e irraggiungibili, piene di consigli da seguire.
Si trattava di oroscopi molto generici, ma sperava in ogni caso di fare un dono gradito alle persone, regalando loro la voglia di guardare alle stelle per scoprire una parte di sé.
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Il mare si estendeva in una distesa immensa ed agitata, che all’orizzonte sembrava abbracciare l’enormità del cielo, sciogliendosi in un incantevole connubio impossibile.
Le onde continuavano ad infrangersi contro gli alti scogli, e leggeri spruzzi d’acqua gelida arrivavano fino al suo viso, accarezzato e a tratti investito con violenza dalle raffiche di vento provenienti dal mare.

Il frastuono della natura, così preponderante e invadente, inghiottiva le parole che di volta in volta si facevano più o meno decise, più o meno arrendevoli e destinate a volarsene via nel nulla di un indistinto rumore.
Eppure il cielo incombeva enorme e tempestato di costellazioni che si stagliavano così nette contro la calotta buia da sembrare quasi a portata di mano.
Le piaceva quel posto, perché le dava una sensazione di meraviglia e di angoscia allo stesso tempo, e la spingeva a riflettere e a desiderare con tutta sé stessa di spiccare un bel balzo dal dirupo, per poi stare a vedere se avrebbe raggiunto il cielo o invece l’abisso.
Sì, proprio come in quella storia che le aveva raccontato lui, la stessa storia che le raccontava suo padre da piccola.

Selune regnava nel cielo assicurando la sua presenza vigile, sempre pronta a custodire e proteggere, e le costellazioni si offrivano agli occhi mortali lasciandosi indicare e spiegare.
Era da tanto che non insegnava a qualcuno a leggere i cieli, e poter stare a parlare tutta la notte della sua grande passione le infondeva sempre un senso di enorme calma e serenità.
Una serenità destinata a durare poco.

Fissava la luna, conchiglia argentea dalle mille sfaccettature, mutevole e incostante, meravigliosa e insondabile, e desiderava soltanto riuscire a trovare il modo di conciliare le due parti di un tutto che spesso faticavano a combaciare, proprio come sapeva fare lei con le sue due facce.
Più cercava di guardarsi dentro, e più si accorgeva che la sacerdotessa saggia, e con una risposta per ogni cosa, non riusciva più a corrispondere alla ragazza insicura e piena di domande, e si sentiva rotta e lasciata aperta, incapace di richiudersi facendo combaciare le estremità.
Non le capitava spesso, ma quando succedeva nemmeno la fede riusciva ad alleviare il profondo senso di smarrimento che attanagliava la sua parte più debole, quella che in quel momento si lasciava investire da un vento prepotente e turbare dal calore di una mano nella sua.

“…un sogno…un desiderio assorbito dalle nebulose, spazzate dal vento incostante.”

Il cielo era generoso in quella notte, pieno di stelle che mute si offrivano per raccogliere i sogni ad esse rivolte, e interpretare i silenzi di ciò che non può esser detto ma solo affidato a luci distanti.
Cercò a lungo la sua stella nomade, quella che sempre le mancava e che con la sua assenza scavava un abisso di vuoto incolmabile. Odiava sentirsi incompleta, ma ancor di più odiava lasciarsi sommergere dai dubbi e dalle paure di tutto quel che non poteva comprendere.

Il vento portava via i sospiri e i sussurri, riprendendo a soffiare con impeto selvaggio e indomabile, soffocando il frastuono delle onde e accompagnando lo sguardo verso l’immensità del mare implacabile.

“Scegli di cosa vuoi liberarti, e affidalo al vento affinché lo porti lontano, cavalcando le onde..”
Per lei non ci poteva essere scelta, ma al soffio ladro del vento impetuoso poteva comunque lasciare qualcosa.


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13/1/2011
https://www.youtube.com/watch?v=Xfj5ZF-ECII
La notte è serena e placida, accogliente nella sua oscurità trapuntata di piccole luci, e coronata da una luna argentea, adagiata stancamente tra le nubi nel cielo.
La sagoma della locanda è ormai ridotta a un lontano ricordo di qualcosa che un giorno viveva, provata dall’ultima violenta distruzione attuata da Neblin grazie a una potente magia, atta a seppellire le nefaste creature che si erano impossessate dei sotterranei.












Nella mia mano ho quella di lui, come se fosse naturale non riuscire a lasciarla e sentirla quasi mia, e negli occhi l’immagine di detriti ammassati e stagliati contro un cielo che si annuvola lentamente.
Cerchiamo lo spettro di Andarasz nel solito posto, lo chiamiamo e attendiamo pazientemente nella convinzione che come ogni volta apparirà in un alito di gelido vento mortifero. Eppure nulla accade, tanto che la schiacciante sicurezza di trovarlo si frantuma poco a poco, lasciando spazio a un turbamento pieno di domande.
Dovremmo esserci abituati ormai, a camminare nel buio pervaso da una fitta nebbia, tra cunicoli misteriosi e senza uscite, che continuano a inabissarsi in profondità verso un labirinto di domande senza risposta, invece mi sento ugualmente smarrita come una bimba in un bosco di notte.
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http://youtu.be/hm3zw9TaZy8
Nel blu del cielo di mezzanotte un’ombra mi insegue e mi inebria, riemergendo dal buio di un vuoto perpetrato senza colpa, tornando ad invadermi l’anima e il cuore con la violenza di un uragano al quale non voglio sottrarmi.
Il nostro paradiso è a portata di mano, quello in cui mi trascina senza chiedermelo, bruciando le mie ali di carta fino al punto di non ritorno, fino a divorarmi il cuore solo per poi ricominciare ancora e ancora in una corsa senza fine.

Selune ci guarda adombrata da una maschera di sottili nuvole, come un velo di merletti scuri che cela occhi di perla distanti e insondabili. Le foglie si piegano gentilmente al soffio del vento e le onde accarezzano il pontile abbandonato e usurato dal tempo.
Le sue parole mi arrivano come attraverso un sogno, in un crescente turbine di emozioni al quale non posso oppormi. Il suo oceano mi trascina giù, tra gli abissi insondabili di un cuore selvaggio e autentico, indomito come lo è l’anima della terra, e coraggioso anche nella dolcezza di un abbraccio che protegge e cura.


Sono occhi macchiati di notte e velati di solitudine quelli che ho davanti, e io so di poter custodire quel dolore, anche se l’amore squarcia dentro da sempre, anche se a volte lo sento sanguinare tra le mie braccia e non posso far altro che accarezzare i lividi che si porta dentro, inghiottendo anche le sue paure.
Voglio solo perdermi in lui, ma la dolcezza del suo affetto è come una colpa che si espande alle mie spalle. Riesco a intuire cosa sta per dirmi, e mi sento come il carnefice che si accinge a ridurre in brandelli il più bello dei sogni.
Ma non riesco a mentirgli e non posso nascondergli niente. Amo così tanto le stelle perché con la loro luce spazzano via qualsiasi ombra, nel bene e nel male. Così, quando c’è troppa luce, non vi è più posto per alcun segreto celato negli angoli.
E’ per l’amore che provo per lui che ho bisogno di rimanere pura e nuda davanti ai suoi occhi, e non posso mentire su niente e nessuno, anche se sto per fargli male e ne sono consapevole.

Il sogno incantato svanisce e riemergo dalle profondità di quell’abisso che chiamiamo paradiso, per ritrovarmi a terra ad annaspare alla ricerca dell’aria che mi manca e mi fa soffocare senza di lui.
L’ultima cosa che vedo è una sagoma di spalle, e mi sembra di sentire la mia voce implorargli di restare.
Ma lui scompare tra gli alberi, inghiottito dal torbido velo che offusca i miei occhi abbandonati alle lacrime.













Non so per quanto tempo sono rimasta qui, non ricordo nemmeno se fosse giorno o notte, o come mi sono seduta su questo pontile senza più avere la forza di reagire. Non passa quasi nessuno di qua, e la natura mi tiene compagnia senza che io riesca ad esserle grata.
Mi dico che dovrei fare qualcosa, ma non riesco a muovermi, e rimango a fissare le parti più scure degli occhi blu di questo placido mare, che mi acceca col suo silenzio rimasto vedovo nell’inverno, incapace di sciogliere il freddo sale delle sue onde.
Con l’alba lo specchio di mare sotto i miei piedi si accende di colori, ed è come impazzire in un mare dorato. Finalmente mi alzo, decisa semplicemente ad attraversare le acque dei ricordi, lasciando che lavino via questo indistinto dolore diffuso.

Ho solo una cosa che è sua, realmente sua: la prendo e la rigiro tra le mani, illudendomi di poterlo sentire vicino per un momento. Non ho ragione di pensare che tornerà, dopo tutto il tempo che l’ho atteso, e allora conficco con forza la freccia nel legno all’ingresso del pontile, e sciolgo i miei capelli dal nastro blu che li raccoglie, utilizzandolo per stringere un nodo attorno alla freccia, mentre mi chiedo quanto potrà durare il legame che sto stringendo con le mie mani, e quello che invece sto rischiando di perdere.


E’ giorno quando raggiungo l’unico posto al mondo in cui mi sento sicura, e mi sembra d’essere una bambina smarrita che torna a cercare riparo tra le braccia della madre, ferita dal mondo e bisognosa di cure.
Ma mia madre non ha braccia né parole di conforto, eppure mi avvolge con la potenza del suo divino volere, ed è come se qualcosa nella mia mente si fosse aperto ulteriormente, accogliendo il messaggio che Lei mi manda, chiamandomi ad essere un suo oracolo.

Forse domani ci saranno panorami che ho solo sognato, e i suoni delle campane suoneranno festosi in una nuova aurora. Si, domani ci saranno ancora le ombre di ieri, ma diverranno sempre più vaghe, come la carezza dell'inverno che si allontana.
Allora io correrò da lui, e vedrò il cielo piangere lacrime di vedova, lacrime presto asciugate dal vento caldo della sua voce.
E mentre tutto ci girerà intorno troverò il modo di ricostruire il nostro paradiso.





















" Ho pena delle stelle
che brillano da tanto tempo,
da tanto tempo.
Ho pena delle stelle.

Non ci sarà una stanchezza
delle cose,
di tutte le cose,
come delle gambe o di un braccio?

Una stanchezza di esistere,
di essere,
solo di essere,
l’essere triste lume o un sorriso.

Non ci sarà dunque,
per le cose che sono,
non la morte, bensì
un’altra specie di fine,
o una grande ragione:
qualcosa così, come un perdono?"


[F. Pessoa]

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16/1/11

Chiuse la porta dietro di sé con estrema delicatezza, poggiandola senza fare rumore, con ancora il sorriso sulle labbra e una strana sensazione di dolcezza nel cuore.

Salutò rapidamente la locandiera che le rivolgeva ancora occhiate stranite dopo averla vista con una ragazza dall’aspetto poco rassicurante qual’era quello di Vivienne, ed uscì sotto il cielo stellato in piena notte, godendosi la brezza fresca che pizzicava il naso, e il silenzio della via semideserta.

La prima cosa che fece fu cercare con lo sguardo la sua stella, pur sapendo che non poteva esserci, e rivolse dunque alla luna i suoi occhi che lentamente tornavano a farsi tristi, camminando senza una vera destinazione.

Qualche minuto dopo era ancora lì: la sagoma scura dei detriti ammassati l’uno sull’altro la accoglieva con la sua immobile presenza, offrendole soltanto un muro crollato al quale potersi appoggiare.
La sensazione di dolcezza, mutata lentamente in tristezza, lasciava il posto adesso a un’angoscia che non avrebbe potuto esprimersi a parole, ma che quei detriti investiti del peso dei sogni raccontavano perfettamente, ergendosi a vessillo della caducità di ogni conquista.

L’erba fredda e inumidita dalla rugiada le solleticava le mani, mentre posava a terra le sue cose, raggomitolandosi contro un residuo di parete annerita, e poggiando il diario sgualcito sulle ginocchia, osservandone la pagina vuota al chiaro di luna.

Ho smesso di chiedermi come facciano le stelle, che guidano i miei passi e decidono i sentieri che imbocco nella mia vita, a riportarmi sempre negli stessi posti. Dopo quella lunga attesa al molo sono tornata al tempio, intenzionata a non uscirne per un po’, e invece mi è arrivata quella lettera, inaspettata e del tutto imprevista, che per un bizzarro gioco del destino, o forse dei miei astri, mi ha condotta ancora qui, a Ulgoth.

Qui dove le macerie seppelliscono segreti da scordare e allo stesso tempo esistono per perpetrare il ricordo di un sogno che forse ho lasciato svanire.
Sono squarciata in due e lasciata a sanguinare, addossata ai detriti di qualcosa che abbiamo desiderato, voluto, sperato, e adesso che è nostro, adesso che l’amore avrebbe dovuto ricostruire le macerie, è l’amore stesso ad esser finito in frantumi.
Eppure non riesco ad andarmene, non riesco ad oppormi all’istinto di rimanere qui, a vegliare sulla tomba di questa disfatta, a custodire almeno un po’ del sapore della nostra conquista così presto sfumata.

Ti dicevo della lettera. Vivienne…non credo di avertene mai parlato: una strana tiefling che ho conosciuto in un momento pessimo della mia vita, intenta a inculcare terrore e angoscia nei cuori delle persone nel nome di Beshaba. La nostra prima discussione è stata un gran fallimento, e mi ero quasi convinta che fosse irrecuperabile. Poi l’ho vista offrire il suo aiuto del tutto inaspettato in una situazione delicata, quando Frum rischiava la vita contro quei licantropi, e ho iniziato lentamente a ricredermi. Del resto lo sai, sono una sognatrice illusa e piena di speranze, e fino all’ultimo continuo a cercare anche la più piccola scintilla di luce nei corridoi più bui.
Un essere strano, bizzarro, freddo e cinico forse, ma non cattivo: questa la conclusione a cui ero arrivata. Poi non l’ho vista più.
Beh, fino a quella lettera. Mi ha chiesto un incontro, e non potevo negarglielo, tra l’altro ero a Waterdeep e non mi costava nulla vederla. Era strana, insicura forse, o solo confusa. Mi ha parlato a lungo, mettendo a nudo sé stessa, raccontandomi gli orrori della sua lunga vita, e i soprusi, le violenze, le infamie che aveva subito.
Non ho fatto molte domande, non ho mai voluto forzarla a nulla, ma solo ascoltare e offrirle tutto il mio appoggio, cercando di donarle qualche parola di speranza. A volte mi rendo conto di non riuscire a prescindere dalla mia fede anche quando non vorrei essere troppo pedante, ma i dogmi di Selune sono parte di me, e il più autentico linguaggio che il mio cuore conosce attinge inevitabilmente a quella meravigliosa, luccicante, fonte.

E’ stato strano confrontarmi con lei, cercare di rasserenare il suo cuore ottenebrato dalla rabbia, e cullare la sua mente con affettuosi incoraggiamenti, volti a lasciar emergere lentamente la speranza latente in lei.
Ho continuato ad osservarla, quando mi ha aiutato a soccorrere la locandiera e a tenere a bada l’ubriacone, e non riuscivo a non vedere quella minuscola scintilla di bontà che combatteva contro tutto il suo essere per riuscire a venire a galla.

Non so se Selune mi abbia ascoltata o se avesse già allora grandi piani per Vivienne, ma quando in piazza abbiamo visto quei due bimbi poveri e trasandati frugare tra la spazzatura, ho capito che qualcosa poteva cambiare per sempre.
Vivienne non è una che la gente guarda volentieri: non ha un bell’aspetto, suscita diffidenza e pregiudizi, è abituata a venire evitata o vista con odio, e questo non fa che nuocere a chiunque già sia titubante sul filo sospeso tra la rabbia e l’amore. Ma gli occhi di due innocenti non vedono come quelli di tutti gli altri, e quando i due bambini si sono persuasi a non fuggire, avvicinandosi a noi, ho capito che Selune ci stava inviando un segno.

Adoro i bambini, per due anni interi ho lavorato all’orfanotrofio della Casa della Luna insieme alle mie sorelle, e so come far breccia nei loro cuori usando la fantasia. Ho raccontato loro che Vivienne era una fata molto speciale, che aveva dei poteri e che un tempo abitava su una stella, prima che degli uomini malvagi le facessero del male, lasciandola precipitare sulla terra. Vivienne ha usato qualche piccolo trucchetto magico e i bambini hanno iniziato a guardarla con enorme entusiasmo, fino a che ha evocato un meraviglioso banchetto degli eroi, conquistando definitivamente i loro cuori.
Credo che sia stato piuttosto strano per lei, sentirsi ammirata e amata da qualcuno in modo così incondizionato, e la reazione che ha avuto l’ha cambiata per sempre. Si è affezionata a loro, lasciandosi chiamare madre, e decidendo di prendersi cura di quei due piccoli angeli, senza cedere più al minimo ripensamento. L’ho osservata a lungo, e ogni attimo mi stupivo maggiormente nel vedere quel lento cambiamento che stava avvenendo in lei, provocato dalla sensazione di sentirsi amata e di amare a sua volta.
Li ha voluti portare con sé al Gate, e i piccoli erano entusiasti di conoscere una nuova città. Ovviamente non me la sono sentita di rimanere a Waterdeep, non perché io non mi fidi di lei, ma perché sebbene Viv non riesca ad ammetterlo, ho visto nei suoi occhi la richiesta di aiutarla ancora.


Rialzò la testa dalla pagina ormai riempita di parole, volgendo lo sguardo al cielo lontano eppure così rassicurante con la sua perenne presenza. Ripensare a quella vicenda le aveva donato nuova serenità, ed ora poteva sorridere verso le stelle senza sentirsi terribilmente sola e perduta.
Mise da parte il diario e prese a spiegare gli ampi fogli sui quali era solita tracciare i grafici astrali, per continuare a studiare i cieli come era stata sua passione negli anni di apprendistato al tempio.
Lo snodarsi infinito di costellazioni sulla buia calotta dei cieli aveva pienamente assorbito il suo sguardo, quando un’ombra silenziosa le si parò affianco.

Non lo vide, ma sentì il suo odore, e per un attimo fu come morire lentamente abbandonandosi al desiderio di non star solo sognando.
Ma non era un sogno: lui era lì, apparso dalle ombre della notte per sedersi accanto, e lei non era nemmeno in grado di guardarlo negli occhi.

La notte si prese i loro sguardi sfuggenti, e le loro parole volte inutilmente a riattaccare i pezzi, mentre lo sguardo lunare vegliava sui silenzi, rendendoli più dolci nella loro spietata inconsistenza.
Quando un ombra segue la sua luna lo fa per sempre, e anche se la luna non riesce a trovare una forma, un colore o una luce, che basti a spiegare quel che le parole non riescono a dire, senza la sua ombra è semplicemente perduta.

Non furono le parole, uscite a fiumi in piena e mandate alla deriva, a riaggiustare realmente i cocci. E non furono nemmeno gli sguardi, troppo intrisi di paure, angosce, e insicurezze per essere autentici ed esplicativi.
Ma quando l’alba sopraggiunse i loro cuori erano di nuovo mischiati in un un’unica indefinibile essenza, e i loro corpi uniti in un abbraccio indissolubile.


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Si possono provare la più grande gioia e il più grande dolore nello stesso identico istante? Non so più come placare il mio cuore in tumulto, fermare il flusso dei pensieri e tornare a respirare a pieni polmoni senza sentirmi sul perenne orlo di un precipizio.
Sono di nuovo completa, lui è tornato a riempire il mio essere e a farmi sentire realmente me stessa, riportando ordine nel caos della mia vita che senza di lui mi scivolava dalle mani perdendo significato…o forse semplicemente affondando con me in quel caos, rendendolo sopportabile come solo lui sa fare.
Ho continuato ad essere sincera con lui fino in fondo, a odiare me stessa per essere così stupida, ingenua e incapace, e allo stesso tempo a desiderare soltanto che mi stringesse di nuovo tra le braccia, cancellando in un istante tutte le paure.
L’ho fatto soffrire, ho fatto crollare il terreno sotto i nostri piedi e squarciato in due il velo incantato dei nostri sogni, eppure nulla riesce ad essere più forte del bisogno di essere “noi”, nemmeno il dolore, nemmeno la colpa, nemmeno le mie mani che tremano quando Lucas mi dice le più dolci parole, e io mi sento un carnefice che tiene in pugno le sue vittime senza avere il coraggio di fare qualcosa.
Eppure ora so che ogni stella ha il suo posto nel cielo, e che nel disegno prestabilito ognuno di noi trova la sua strada scegliendo ciò che lascia e ciò prende, accettando di essere un punto fermo in quel firmamento pieno di possibilità sfuggenti e impreviste. Potrei perdermi in un flusso di ipotesi e ripensamenti, potrei ammettere a me stessa che forse un po’ l’ho amato, ma non servirebbe a nulla perché la mia scelta l’ho fatta molto tempo fa.

Risvegliarmi all’alba e scoprirmelo accanto è stato come vivere un sogno che ritorna, dopo aver attraversato paludi annebbiate da dubbi e paure, percorrendo sentieri solitari alla ricerca dell’unica stella che mai brilla nello stesso punto del cielo, eccentrica e nomade, la mia Shaundral.
Mi è bastato aprire gli occhi e guardarlo, avvolto dalla luce del mattino, per capire che tutto può acquistare senso in un attimo, anche solo per un attimo, quello in cui ti accorgi che in qualunque tempesta finirai lui è il tuo faro nella notte, una luce che non può spegnersi, una mano che non smetterà mai di stringere la tua.

Non mi sono mai sentita così pienamente serena come quella mattina, e la sensazione di tranquillità che mi ha colmato il cuore mi ha dato nuove energie per occuparmi della questione Vivienne.


















Quando sono tornata alla stanza di locanda in cui l’avevo lasciata coi bimbi, i due angioletti erano già pronti a svegliarsi con tutto l’entusiasmo e l’enfasi tipica dei bambini, contagiandoci entrambe con la loro genuina allegria. Alla minaccia del solletico li ho rincorsi e fatti saltare giù dal letto, mentre Vivienne da brava madre premurosa si procurava la colazione per loro.
E’ stato quasi un crimine spegnere quell’entusiasmo fanciullesco con la notizia che dovevo portar via la loro mamma per un po’, ma era necessario farlo, e sapevo che se avessi avuto successo con Vivienne, le cose sarebbero state migliori per tutti, in futuro.
I piccoli non si volevano separare da lei, ma Vivienne era determinata a seguirmi e io sapevo di poterli tranquillamente lasciare in buone mani per qualche giorno. Alla fine abbiamo scelto il tempio di Helm, e mi sono premurata di chiedere a Lucas e a Frum di andare a farli giocare almeno una volta al giorno, per distrarli dalla loro tristezza per l’assenza della madre, ovviamente dopo essermi inventata che l’hin era un carciofo incantato e il ragazzo un folletto del vento.
Mi si stringeva il cuore a vedere l’enorme affetto dei due piccoli nei confronti di Viv al momento di doverla salutare prima della partenza, e la scena era così tenera che ero sul punto di non riuscire più a portarla via.

Alla fine ho preso la sua mano, e pregando intensamente la mia Dea ho visualizzato l’unico posto al mondo dove mi sento a casa. In pochi istanti sopra di noi vi era la calotta dipinta di stelle, e tutt’intorno i profumi degli incensi e il vociare sommesso dei chierici.
Le ho parlato ancora di Selune, cercando di fargliela entrare poco a poco nel cuore, con tutta la pazienza e la tolleranza che Lei stessa insegna, e più parlavo più notavo in Vivienne un cambiamento sempre più evidente.
Toccata dalla profonda calma spirituale e mistica del luogo, la mente di Vivienne si era fatta più docile, ed è allora che ho capito che era il momento di fare un passo avanti.
Ho deciso di chiedere una divinazione a Selune, di pregare per la divina vista, e di lasciarmi percorrere una volta ancora da quella sensazione magnifica di entrare in perfetta comunione con lei, affinché potesse servirsi totalmente di me e del mio corpo per compiere il suo volere.
Vivienne aveva bisogno di un segno, e io potevo essere il tramite in grado di darglielo.

Quando la Vergine parlò attraverso le mie labbra, il mio sguardo era totalmente rivolto all’interno di me stessa, assorbito dalla sfolgorante luce di un tutto che inebria e ubriaca, come un’essenza di bellezza divina.
Ma ero perfettamente cosciente di ciò che Selune le stava dicendo, e per quanto criptico fosse il suo messaggio, ero certa che avremmo saputo interpretarlo.
Vivienne cambiava sotto i miei occhi ad ogni istante che passava, il suo sguardo si faceva più profondo, le sue parole più ispirate. Il cambiamento era in atto, e la sua volontà di arrivare a Selune era forte come non mai.
Abbiamo seguito le indicazioni, e dopo un arduo percorso tra le montagne davanti a noi vi era il luogo designato. Attraversata la luce, il luogo in cui ci siamo trovate era qualcosa di indefinito, a metà tra un piano onirico di esistenza e un luogo del ricordo.

Viv ha dovuto affrontare i demoni del suo passato, combattere sé stessa e le sue paure, e io ero muta e impotente, incapacitata a intervenire, ma silenziosa figura custode alle sue spalle, pronta a sostenerla con intense preghiere che continuavo a ripetere nella mia mente.
L’amore di Syria e Fedyn, le parole che ci siamo dette, la speranza instillata nel suo cuore dall’avvicinamento a Selune: queste le armi con le quali Vivienne ha potuto combattere.
E la vittoria è stata schiacciante.
Quando siamo tornate Vivienne era una creatura nuova, una serva di Selune proprio come me, illuminata dalle stelle più brillanti e guidata dal divino volere della Bianca Signora.
Era il 15 di Hammer, e ho benedetto in quella notte stellata la nascita di una nuova sorella, sotto l’occhio vigile di Ieryn, e nel segno della Chimera.

Non so spiegarti l’entusiasmo che provo al solo pensiero di questa miracolosa conversione, la profonda sicurezza che sento nel mio cuore quando penso che non è inutile sperare, tollerare, credere nel buono che c’è in ogni essere vivente.
Ho cercato di compiere atti in nome della mia fede per tutta la vita, eppure questo è forse quello che più mi ha segnata, quello che mi aiuterà a non tentennare mai più, forte della fiducia infinita che ho nelle vie scelte per me dall’ineffabile disegno divino.

E così, rinnovata la fede, trovata una sorella, e riconfermato l’amore, mi rimane solo quel piccolo vuoto nel fondo del cuore, quel retrogusto amaro della sconfitta provata di fronte a un ragazzo troppo fragile e dolce per meritare di essere ferito da me. Ogni volta che mi ritrovo a dover sostenere il suo sguardo qualcosa dentro di me si spezza e mi fa sanguinare, torturata dal senso di impotenza, incapace di aiutare qualcuno, e destinata solo a ferirlo per quanto mi sforzi invece di curarlo.
Le sue parole hanno affondato nel mio cuore il più crudele dei pugnali: ammettere la sconfitta, accettare che c’è qualcosa che non posso risolvere, qualcuno che non potrò mai aiutare.
Eppure volevo soltanto insegnargli a danzare tra le stelle e a librarsi nel vento, senza paura di essere un sognatore, senza timore di precipitare a terra, lasciandosi guidare da una sinfonia di luci celesti.


Richiuse il diario ed uscì dalla locanda, godendosi sul viso il piacevole calore di un sole ormai alto sul mezzogiorno. A passi svelti si diresse a nord, verso quella che sarebbe stata la sua nuova casa, a parlare da sola con travi annerite e calcinacci abbandonati al suolo, cercando di immaginare cosa sarebbero presto diventati, dando forma e sostanza a quello che un tempo era un sogno ed ora poteva essere realtà.

Si mise a raddrizzar travi e a immaginare cosa avrebbero costruito lì, e poi cos’altro in quell’angolo a nord, e poi alla zona per i poveri e i viandanti, e a tutto quello che avrebbero potuto organizzare con la benedizione di Selune e con la voglia di far diventare quel posto un rifugio sicuro e pacifico, un luogo di incontro sotto una buona stella.

E mentre sognava ad occhi aperti la stella si stava avvicinando a lei, con il suo sorriso pieno di tutte le risposte che poteva desiderare dalla vita, e di tutte le promesse che si erano fatti, che poco a poco stavano divenendo realtà.


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Il vento soffia leggero, insinuandosi tra i capelli e investendo il viso della ragazza con l’odore intenso di salsedine. Poco sotto, oltre la balaustra in legno, le onde si infrangono contro lo scafo, in un rumore assordante e continuo, sovrastato solo dal verso dei gabbiani librati nel cielo.

Liv non ama particolarmente le navi, ma la sensazione di essere un puntino infinitamente piccolo alla deriva in un immensità d’acqua, che al confine dell’orizzonte si sposa con l’enormità del cielo, le toglie il fiato quanto basta per rendere più piacevole il lungo viaggio.














Rieccomi. Siamo in viaggio verso nord, verso Neverwinter, ma sembra che ci vorrà ancora qualche giorno a causa del vento poco costante. Shau si sta comportando in modo strano da quando gli ho proposto la mia idea, e anche se cerca di far finta di niente per non darmi preoccupazioni, sono certa di aver scoperto qualche ferita celata.
Mi chiedo quale invisibile tasto dolente ho toccato, senza averne tuttavia l’intenzione.

Potrei violare il suo silenzio con tutte le domande che si affastellano nella mia mente, potrei forzare la porta nel muro oltre il quale si è barricato, ma lui sa perfettamente come sono fatta, sa bene che non lo farò.
Lascerò che qualsiasi cosa affligge il suo cuore emerga poco a poco, risalendo in superficie attraverso le nebbie dei ricordi, riaprendo le ferite con quella lentezza crudele e dolce di un gesto che, premuroso, torna a far sanguinare i tagli solo per poterli poi curare.
Non gli faccio mai domande, lui questo lo sa, ma per quanto siano freddi il vento e la pioggia, per quanto crudeli gli specchi della colpa e le memorie sepolte, io sarò sempre qui per alleviare le sue pene.

Il mare si estende tutto intorno a me, enorme e solitario, maestoso e indecifrabile, con tutti i suoi tesori da nascondere. E mentre il rumore delle onde mi culla ripenso a quando stavo ore in biblioteca, ancora ignara del mondo, a sfogliare vecchi libri polverosi con la curiosità di chi non sa niente della vita, sorprendendomi talvolta a ripetere ad alta voce le frasi che più mi colpivano.
Ripenso a quel libro che tanto mi piaceva: “la Principessa Bianca”. Vi era narrata la vicenda di una fanciulla che viveva in uno splendido castello, ma isolata dal mondo e asservita ad un marito che non l’amava. Nonostante ciò la principessa aveva un sogno: in cuor suo sperava che dal mare giungesse un giorno il suo amato a salvarla. Lo attendeva per ore affacciata al balcone della sua stanza che dava sulla riva, immaginando come sarebbe potuta essere una vita felice assieme a lui. Ma quando qualcosa prese forma all’orizzonte, mettendo fine alla lunghissima attesa, non fu un principe, ma una sagoma scura di morte che lei accolse tra le sue braccia.

Di solito non mi piacciono le storie dal finale triste, eppure adesso che ci ripenso c’è qualcosa in quella storia che mi fa capire quanto sono fortunata.
Nella mia storia le ombre di morte le ho relegate nel passato, e le attese sono state colmate da sogni reali, materializzati tra le mie mani aperte, che prima lasciavano scivolare solo effimera polvere di stelle tra le dita.
Il mio principe non ha titoli né possedimenti, ma ha due ali enormi e robuste, che quando dispiega in tutta la loro maestosa grandezza, coprono il cielo e rubano le stelle. Ma appena mi lascio avvolgere nel suo abbraccio, quelle stesse ali invisibili mi possono aprire il paradiso.

Se penso che presto sarò sua moglie, le mani mi tremano e il respiro si ferma in gola, ma lo stupido panico che mi assale è solo il riflesso sfocato di quell’emozione indescrivibile che sento nel mio cuore.
E’ deciso, dopo mesi finalmente lo faremo davvero: saliremo su quel pontile e Vivienne consacrerà la nostra unione a Selune, sotto lo sguardo perenne e infinito dei cieli, e nel calore di tutte le persone care che vorranno condividere con noi quel giorno.
Lui, il mio primo amore, quello che ha fatto muovere la terra sotto i miei piedi, che ha lasciato brividi di neve sulla mia pelle e sapori argentei sulle mie labbra, quello che ha trasformato i sospiri in bellezza ardente, e che continua a riempire i miei sussurri del suo nome, sarà mio marito.

Ed è strano pensare che in fondo non cambierà niente, che il legame che abbiamo stretto tempo fa, sempre su quel molo, non ha bisogno di nulla in più per essere per sempre.
Ma ormai è deciso, il rito si farà, e per quanto dovrei già essermi abituata all’idea, continuo a sentirmi le mani tremare.
Sono onorata di poter ricevere la benedizione di Vivienne, ed emozionata all’idea che le persone a cui voglio più bene saranno lì con me, ma quando ho la mia mano nella sua il mondo intorno tende a sparire, e non ho ancora imparato come resistere a quel sortilegio.

Così ho pensato che avremmo potuto fare un rito più intimo, prima di quello ufficiale, qualcosa soltanto per noi due. Ed è allora che mi sono ricordata del mio paese, dei fiori bianchi e delle spose con umili abiti di stoffa candida, dei nastri alle mani e delle preghiere innalzate ai cieli e alla natura, delle danze intorno al fuoco e della simbologia rituale.
Ma quando gli ho proposto di trovare l’occorrente, procurandoci qualcosa che simboleggiasse l’acqua e la terra, e ricordasse il luogo della nostra nascita, il suo sguardo si è fatto scuro, e le ombre del suo passato hanno invaso il suo volto senza che io potessi dar loro un nome.
Presto saremo a Neverwinter, e quella strana sensazione di essere a casa tornerà a riempirmi il cuore risvegliando i fantasmi che dormono nel profondo dei miei ricordi. Ma per quanto dolore nasconda la terra che mi ha dato vita, non riesco a non amarla profondamente.

Non so cosa lo turbi, ma spero di scoprirlo nel breve tempo che abbiamo: non potremo trattenerci molto, perché devo tornare per iniziare la ricerca con Vivienne ed Adhara. Sono riuscita a capirci qualcosa tra i vari tomi di astronomia che registrano e ricostruiscono il movimento dei cieli dei secoli passati, e se la divinazione non mi ingannerà, e le mie due amiche mi aiuteranno nella ricerca, forse per il giorno del matrimonio riuscirò a fargli un regalo che di certo non si aspetta.
Ti aggiorno, non temere. Adesso vado a recuperare il mio segugio imbronciato.






















All’attracco nel porto di Neverwinter la foschia avvolge i contorni delle cose rendendoli quasi indecifrabili. Il sole ormai s’è coperto di un velo, annunciando l’arrivo di una notte cupa, incappucciata d’ombra e avvolta in un abisso di silenzi.
Ci incamminiamo fuori città, attraverso la nebbia che sale, rabbiosa e inquieta, mentre lascio che il suo silenzio soffochi le mie domande, e che tutto ciò che vorrei dirgli si imprima nel gesto che stringe forte la sua mano nella mia.
Osservo le campagne intorno, le case umili e dimesse, la sensazione di pace che culla i miei ricordi d’infanzia in un dormiveglia in cui il pensiero passa e guarda, il desiderio si ferma e svanisce.
Imbronciato, con le mani in tasca, il pensiero di lui scava a cercare sterpi e parole, pozzanghere segrete e sorgenti, ma poi si propaga, senza certezze, in un’indefinita stanchezza dolce d’oblio.

Le mie mani si immergono nello scorrere lento e placido di un fiume che amo, come si può amare quel che non si afferra eppure rimane scalfito nell’animo.
Raccolgo un po’ di quell’acqua limpida e la chiudo nell’ampolla che la conserverà per noi, e mentre mi volto a guardare il viso di lui, vedo fra di noi tutti gli spettri di un passato che non si cancella. Quante cose si è portato via quel fiume? Senza colpe e responsabilità, senza una volontà propria, lui ha soltanto continuato a scorrere negli anni, annegando tutto ciò che non ha saputo opporsi al flusso.
E’ piena di ricordi dolci e sofferti allo stesso tempo, quella superficie specchiante che nel buio della notte ora riflette la luna.
E tutto ciò che ha accolto nel suo grembo materno, che perennemente scorre, rimane sospeso in un limbo irrisolto, tra passato e presente.

La foresta è più fitta adesso, e la vegetazione che cresce nel clima mite causato dal Neverwinter è rigogliosa e verdeggiante. Siamo nel cuore della natura più selvaggia e inospitale, dove alcuni vecchi ruderi, mangiati dal tempo, lottano contro i rampicanti, giacendo inermi come frammenti di un passato dimenticato.
Non mi parla, ma vedo tutto nei suoi occhi, e mi fa male il cuore ma non riesco a dirglielo. Osservo la corteccia dell’albero con tutti quei piccoli fori, e poi quelle pietre cadute su loro stesse, e la zolla di terra che raccoglie tra le mani sorridendomi per farmi felice.
Sento l’ostilità che prova per questo luogo, eppure non riesco a non pensare che la terra che l’ha visto nascere è così simile a lui, così selvaggia, pericolosa, senza regole, eppure accogliente e protettiva per chi accetta e comprende la sua vera natura.

Sono sul punto di infrangere le mie promesse e di rovesciargli addosso un fiume di domande, ma non ce n’è bisogno. L’acqua scorre sotto di noi, e sento che il suo sguardo vi rimira tutto ciò che non riesce a raccontare.
Mi stringo a lui e rimaniamo in silenzio, fino a quando le parole iniziano a fluire da sole, rievocando fantasmi che mai erano stato chiamati prima d’ora, liberando paure e angosce che forse non troveranno mai cura.

Delicate spirali di nebbia avvolgono lentamente la figura del suo pallido viso, in contrasto con il buio profondo della notte.
Coltivo un sacrale silenzio e accarezzo la sua pelle, ricoperta di lividi che fino ad ora non avevo nemmeno immaginato, mentre aspetto che quell'immagine offuscata e indistinta si giri verso di me con aria imbronciata, come per rimproverarmi qualcosa e poi, vedendo la mia espressione stralunata scoppi in una delle sue sonore risate cristalline.

“Su voltati, io sono qui, vicino a te. Col tempo tutto il dolore svanirà.”

"Canta quello che non puoi dire,


dimentica ciò con cui non puoi suonare.


Io giro intorno agli Dei,


intorno all’antica torre della Sapienza.


Giro per millenni e ancora non so,


se sono un falco, una tempesta


o un lungo canto."

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Riapro gli occhi lentamente, su un buio uniforme e denso, avvolgente come un drappo d’oscurità cucitomi sugli occhi. Sento il mio corpo destarsi dal torpore, con la lentezza di un ramo d’abete che lascia cadere la neve al nuovo sole.
Non sono ancora del tutto cosciente di me, quando inizio ad accusare qualcosa che mi infastidisce, un terreno freddo e scomodo, un’aria stranamente acre che mi pizzica le narici.

“mm..Shau..?”

Allungo la mano a cercare il corpo di lui, che deve pur essere qui accanto a me, e mentre ancora le mie dita sono tese a mezz’aria, la mia mano si blocca e si irrigidisce in uno spasmo improvviso dei tendini: un urlo atroce attraversa il silenzio e il mio sangue si raggela.

In preda a un’istintiva concitazione inizio ad arrancare nel buio allungando le mani, riprendo a chiamare con tutta la mia voce.

“Dove sei?!!”
“Sono qui…ma..cosa..?”


Trovo il suo corpo e mi stringo a lui con violenza, provando solo per un istante l’intima consolazione di sapere che lui sta bene. Ma il panico inizia a farsi strada nella mia mente, annebbiando con la confusione i ricordi che già di per sé fatico a rievocare.
Non so dove siamo, e non so perché sento il suo corpo nudo addosso al mio.

D’istinto faccio l’unica cosa sensata che mi viene in mente, ed invoco il nome della mia Luna per dissipare questa oscurità con la sua luce, ma ciò che i miei occhi vedono, con l’immediatezza crudele di un lampo della notte, mi fa perdere anche l’ultimo briciolo di ragione, mentre una primordiale paura inizia a percorrere ogni fibra del corpo.

“No! Non è possibile! Noi non siamo mai entrati qui!”
Le mie urla si sovrappongono a quelle di qualcun altro, lamenti atroci e inarticolati che non so giustificare.
Siamo in un’angusta cella, nudi e indeboliti, senza nulla di tutto ciò che ci appartiene.
Cerchiamo di farci coraggio a vicenda, di ricostruire le nostre ultime ore, ma è tutto inutile.
Provo a invocare a gran voce il Suo nome, la imploro, la supplico, e più prego più scopro che i favori che mi concede sono estremamente limitati.

“Io..cosa ho fatto di male?”

Sono sempre più sconvolta, ma c’è lui con me, lui che se la fa sotto tanto quanto la sottoscritta, ma che riesce a prendere in mano la situazione e con la furia di un uragano nutrito di rabbia si scaglia contro la porta: aperta.
Davanti a noi un labirinto di corridoi, oscuri e lugubri, tra le pareti dei quali continuano a rimbombare urla lontane.
La paura cerca di impossessarsi delle nostre menti, ma grazie agli dei ci da anche la forza necessaria per tentare la fuga. I nostri piedi nudi scivolano nel sangue, un sangue non nostro, e quando apriamo la porta più vicina un tanfo di morte ci investe.
Creature spettrali, orrori indescrivibili animati dalla morte stessa, cercano di cibarsi delle nostre anime. Ma con quel tanto di fede che riesco ancora a custodire nel cuore riesco a ricacciarli nel loro dannato abisso.

Continuiamo a cercare, ci spingiamo sempre più a fondo in un tortuoso vicolo che non riusciamo nemmeno a capire se sia sottoterra o chissà dove, trovando sulla nostra strada soltanto cadaveri e orrori che fuoriescono dai corpi di poveri innocenti, squarciati all’improvviso davanti ai nostri occhi attoniti.
Siamo feriti, terrorizzati e indeboliti, ma riusciamo a procurarci qualche arma e dei vestiti, e una volta scoperta la combinazione dell’ultima porta da attraversare, un barlume di speranza si accende nei nostri cuori.
“Ci siamo…deve essere l’uscita…deve!”

Tutto inutile: oltre la porta c’è solo altro buio, nuovi cunicoli popolati di esseri che non riusciamo nemmeno a classificare, alieni a tutto ciò che io abbia mai visto o sentito nella mia pur breve vita, malvagi e assetati di sangue quanto basta per non darci nemmeno il tempo di parlare.
Anche il luogo è strano, ora che ci penso: un’architettura che non saprei descrivere, e quei simboli strani in ogni dove che mi danno un profondo senso di inquietudine.
Il labirinto che percorriamo è un enorme congegno cosparso di trucchetti e tranelli, ma mantenendo la mente lucida possiamo superarli tutti, anche se i piedi fanno male e le ferite rimangono aperte e sanguinanti.

Poi d’un tratto troviamo altri come noi: sembrano dominati in qualche modo mentalmente, ridotti a schiavi e sottoposti ai lavori forzati. Li scuoto e urlo nelle loro orecchie con tutte le mie forze, lasciando che l’angoscia si tramuti in rabbia, ma è completamente inutile.

“E voi chi diavolo siete?”
Quando ormai inizio a perdere le speranze, ecco lui: Jach. Non è come gli altri, e cerca di aiutarci sperando che noi possiamo poi aiutare lui a fuggire. Ci spiega che il luogo in cui eravamo sono le fosse, da dove nessuno mai ritorna, e che la gente lì sotto viene usata come cavia per impiantare filiazioni di quegli esseri alieni nel corpo.
In parole povere siamo fregati, a meno che non riusciamo a salire ai livelli superiori e rimediare l’antidoto.
La paura ha ormai lasciato il posto alla disperazione, e non avendo più nulla da perdere il coraggio torna quasi a farla da padrone.

Non so quanti corridoi percorriamo, quanti orrori abbattiamo stanza dopo stanza: ho l’inferno davanti ai miei occhi, e squadre di demoni di fiamma iniziano a dare la caccia tanto a noi che a quelle creature.
Davanti ai miei occhi c’è l’inferno, ed io ci sono dentro, costretta a combattere contro tutto e tutti, senza sapere davvero come uscirne.
Ma lui è con me, lui che mi promette che ne usciremo, anche stavolta. Eppure la mia mente inizia a smarrirsi più i miei piedi avanzano nell’abisso sconosciuto in cui siamo precipitati, e non capisco più chi sono o perché stia accadendo tutto questo a me.

Inizio a pensare a Skie, ai suoi sogni così reali, e poi ai portali che Selune mi concede quando prego per avere delle concessioni divine estremamente potenti. La razionalità si mischia all’incubo dell’insensatezza, e provo a giustificare in ogni modo ciò che ci sta accadendo.
Se non fosse per lui, e per la sua determinazione, forse mi fermerei qui e mi lascerei morire, abbandonata persino da Selune e dalle mie stesse preghiere.
Invece continuiamo a lottare, sabotiamo la struttura e riusciamo a creare un caos che venga a nostro vantaggio.

Finalmente eccolo lì, davanti ai nostri occhi, nel mezzo di un inferno apocalittico: un portale di luce splendente. Afferro la sua mano e corro.
Soltanto luce.













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10/2/2011
Osservo i frammenti di pietra sul palmo della mia mano, le lievi sfumature argentee che solcano la dura roccia, e la polvere leggera che scivola tra le mie dita quando stringo la mano a pugno a custodire un antico segreto.
Polvere di stelle mascherata, sbiadito ricordo di ciò che un tempo splendeva, vessillo d’immortalità trasformata nei secoli in simulacro di luce divina.


Aveva ragione Padre Lanville: la saggezza dell’uomo risiede in vecchie pagine ingiallite che nessuno legge più, ma che conservano un sapere antico e inalterabile, un sapere che dischiude possibilità infinite a chi si appresta umilmente e con dedizione alla sua fonte.


I cieli immoti, che dal principio delle ere sovrastano le nostre labili esistenze mortali, costantemente vegliano sul nostro cammino, ergendosi a testimoni delle più grandi catastrofi e dei più brevi istanti di quotidianità vissuta.

Non hanno pretese né spiegazioni, eppure da sempre esistono, ammaliando con la loro luce gli occhi dei sognatori, e tracciando la via che conduce a dissetare l’infinita brama dei sapienti.


Selune, attorniata dal suo corteo di lacrime, troneggia nell’alcova buia e silente di un cielo torbido, che sembra perdersi in un distante nulla e fuggire sempre più lontano.

Notte dopo notte osservo i lenti spostamenti dei bagliori stellari, consapevole che nulla cambia eppure tutto continua a trasformarsi.
Gli antichi tomi mi hanno insegnato che l’immobilità eterea è solo apparente, e che quelle stelle lontane e splendenti non sono poi così diverse da me: punti di luce sperduti in un immenso buio, costantemente in preda a un fuoco interiore che non smette mai di ardere, destinate prima o poi a soccombere in una meravigliosa caduta abbagliante.


Guardo i frammenti nelle mie mani: opachi, grigi, inermi e sconfitti, solo un perduto ricordo di bellezza che un tempo brillava.

Eppure in un lontano passato essi splendevano e regnavano nei cieli, come parte di un’immensa stella che ha brillato fino a consumare sé stessa, fino a spegnersi in un’eroica caduta verso la buia terra.


Non speravo di trovarla davvero, di vedere coi miei occhi il suo sepolcro, di avere il mio piccolo pezzo di stella.

E invece, grazie ai calcoli astrali, alla divinazione, e all’aiuto di Fade, ho potuto spingermi nei meandri della terra, dove i detriti ricoprivano vestigia antiche di un tempo perduto, e scavare fino a quando le mie dita hanno toccato polvere di stelle.


Sarà questo il mio regalo per lui, la pietra sull’anello nuziale che sancirà le nostre promesse, pronunciate una volta ancora al chiaro di luna sul nostro pontile.

Lui, la mia stella nomade esiliata sulla terra, che a volte dimentica quanta luce è in grado di sprigionare, e costantemente arde di una passione divorante, bruciando il cuore di chi osa andargli troppo vicino.
"Se vuoi bene ad un fiore che sta in una stella, è dolce, la notte, guardare il cielo. Tutte le stelle sono fiorite."

~ Il Lontano Ritrovo ~ [quest Lupash]

Liv è raggomitolata sul letto, con il suo diario in grembo, la schiena appoggiata al muro e una pesante coperta sulle ginocchia. La camera è piccola e accogliente, e il respiro di Etrigan addormentato accompagna i pensieri della ragazza dandole uno strano senso di pace.
Dopo aver raccolto le idee, e accarezzato lievemente il viso di lui rapito in un manto di serenità onirica, prende a scrivere con una grafia frettolosa ma ben leggibile.


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Mio caro amico,
credo sia il caso di fare il punto della situazione per schiarirmi le idee prima che qualcosa inizi a peggiorare e diventare ingestibile. A volte penso che dovrei esser infinitamente grata per questi momenti di serenità regalata, quasi immeritata, fatta di stupidaggini della vita quotidiana che scaldano il cuore con una semplicità disarmante.
Etrigan è sempre al mio fianco come la più fedele delle ombre che circonda il disco argenteo della luna: è una certezza, un appiglio, un sostegno…è tutto.
Se ripenso ai questi che mi ha posto Evan, e cerco di riflettere sul nostro amore, non riesco a vedere nulla che possa annebbiare la limpida certezza che qui, ora e adesso, io lo amo e voglio dargli tutta me stessa.
Al diavolo le nostre vite effimere, le paure, i rischi. Tutto trova un senso completo e totale se io posso stare con lui.
Ed è per lui che è iniziata questa storia, già.
Il Lontano Ritrovo: un ammasso di macerie annerite e abbandonate a sé stesse, solo l’ombra di qualcosa che un giorno viveva e ora rimane accartocciato su sé stesso, indifferente allo scorrere del tempo.
Shau ci teneva, per qualche motivo che ancora non comprendo, ma non mi importa saperlo. Ho voluto sostenerlo, dargli il coraggio necessario per portare avanti un’idea che tutto sommato ha del folle, per farlo insieme.
Abbiamo miriadi di sogni, e per ognuno di questi vi è qualche stella che brilla più forte. Non vedo perché non puntare sempre dove la strada è più difficile, dove c’è qualcosa che può essere cambiato se solo lo si desidera davvero.
Ristrutturare la locanda…comprarla, ridarle vita. Investire in quei materiali inermi e inanimati tutto il nostro affetto, la nostra volontà di creare qualcosa insieme, qualcosa di bello. Un rifugio per noi e per gli altri, per tutti quelli che vanno alla deriva e magari potrebbero trovare una stella-faro nel loro vagare.

Così ho appeso dei manifesti ad Ulgoth, chiedendo informazioni sull’edificio e il suo proprietario, ma sono stati strappati.
Abbiamo scoperto che è stato un bimbetto, pagato da una vecchia del paese, dagli occhi inquietanti. Shau ha preso le monete che la megera gli aveva dato, e su quelle ho provato a divinare. Ma non è stato un gran risultato, abbiamo solo capito che questa donna è legata sentimentalmente a quell’edificio, ma che non vi ha mai lavorato.
Abbiamo provato agli uffici del palazzo dei duchi, dopo esser stati accolti da un funzionario bavoso e dagli istinti repressi, che non ha fatto altro che starmi addosso facendomi per la prima volta in vita mia desiderare di tirare un pugno in pieno viso a qualcuno. In realtà ancora mi chiedo quale volere divino abbia trattenuto Shau dal non intervenire malamente, ma l’importante è che la situazione non ci è sfuggita di mano, e siamo riusciti ad ottenere il registro di Ulgoth.
E’ lì che abbiamo letto che prima di essere una locanda era solo una casa: abitazione Andarasz.

Il passo successivo è stato cercare qualche nome legato a tal famiglia al cimitero, inutilmente. Abbiamo quindi pensato di rivolgerci alla locandiera, che di certo di chiacchiere ne sente da anni, in quantità.
E ci è stata davvero utile devo dire. Grazie a lei abbiamo messo a posto qualche nuovo tassello: la locanda era di un certo Paul, che l’aveva messa in piedi una trentina d’anni fa, fino al fatidico incendio. Di cosa ci fosse prima la donna non ne aveva idea, ma ci ha consigliato di parlare alla vecchia Vill, una che a quanto pare ne sapeva molto ed aveva anche strane teorie in merito.
L’abbiamo cercata per qualche giorno prima di riuscire a trovarla, nonostante Ulgoth sia così piccola. In una notte senza luna ma trapuntata di stelle camminava sola sul ponte che porta alla carovana.
Le abbiamo fatto qualche domanda, e le sue risposte sono state evasive, ma tutto sommato parecchio strambe.
E’ convinta che la casa sia infestata, e che a nessuno sarà permesso ricostruirla. Ci ha detto di stare lontani, che qualcosa di oscuro e terribile è celato là sotto.
E diamine, giurerei di aver fatto qualche strano incubo quella notte, forse suggestionata dalle sue parole.

La sera successiva siamo andati alla locanda bruciata, decisi a fare luce una volta per tutte, a sfatare tali stupide superstizioni. Abbiamo notato che nel pavimento c’è uno strano buco che sembra scendere in profondità, ma la voglia di infilarsi là dentro era davvero poca. Mentre esitavamo a riflettere è giunta la notte, ed è lì che qualcosa di davvero agghiacciante ha cominciato a volteggiare nell’aria, prendendo lentamente forma davanti ai nostri occhi increduli.
Uno spettro vagamente umanoide ci è venuto incontro intimandoci di lasciar perdere, di andarcene, e ammetto che inizialmente le gambe mi tremavano e il sangue mi si era raggelato nelle vene. Ma forte di ciò che ho imparato sulla non morte, ho cercato di comandare a me stessa di stare calma, e di cercare il motivo che impedisce a quell’anima il trapasso, per poterla aiutare.

Lo spettro era lui: Andarasz, un uomo cresciuto ad Athkatla, nella più profonda miseria, che per uscirne si è dato alla pirateria e al saccheggio, per accumulare le ricchezze che gli avrebbero permesso di cambiar vita. Ci ha raccontato con la sua voce eterea e distante tutto ciò che riguardava la sua vita mortale, riversandoci addosso la sua tristezza, facendomi desiderare sempre più intensamente di poterlo aiutare.
Una volta guadagnato quanto bastava ha lasciato tutto, per realizzare l’unico sogno che aveva sempre avuto: è tornato a prendere la sua amata rimasta nella miseria per tutto quel tempo, e se ne sono andati insieme ad Ulgoth, per costruire una casa e metter su famiglia. Ma una notte la casa è bruciata, ed è in quella fatidica notte che lui è morto. La sua amata invece…Vill.

Non ci ha voluto dire cosa abbia provocato l’incendio, né per quale motivo lui non possa andarsene. A quanto pare vi è davvero una maledizione su quel posto, ma l’alba è arrivata troppo presto, portandosi via lui e le nostre risposte.
Tenteremo di nuovo…ormai non possiamo fare a meno di andare fino in fondo, ed alcuni amici si sono già offerti di aiutarci. Spero solo di non coinvolgerli in grossi guai o non potrei perdonarmelo.

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Riapro gli occhi stropicciandomeli delicatamente, mettendo a fuoco con sonnolenta calma i contorni di una stanza che ormai mi è più che familiare. I raggi dorati si insinuano da oltre le grate e i vetri spessi, e mi chiedo se non abbiamo dormito troppo.

Lui è ancora addormentato, scendo silenziosamente e inizio a prepararmi, allacciandomi con cura uno dopo l’altro i pezzi di metallo e le cinghie di cuoio. Mi piace tenere lo sguardo su di lui mentre lo faccio: adoro vedere il suo viso abbandonato al sonno, un viso d’angelo indifeso, quando so bene che angelo non è affatto.
Inizia a stiracchiarsi mugugnando e ad aprire gli occhi: devo aver fatto troppo rumore. Un po’ me ne rammarico, ma in fin dei conti la verità è che non vedevo l’ora di rincontrare quegli occhi.
Sfoggio il mio più bel sorriso e mi arrampico sul letto, ancora con l’armatura a metà, per allungarmi a baciargli la fronte e accarezzargli il viso addormentato, come se potessi rubargli il sonno con una carezza.
Lo guardo qualche istante mentre mi mette a fuoco: ha l’espressione più sonnolenta, rintronata e dolce del mondo, e non riesco a trattenermi dal riempirlo di baci fino a che non si ridesta da quell’ozioso limbo.
Sorrido pensando a come assomigli a un orso pigro con la pancia troppo piena, eppure so che si concede tutta questa calma solo perché sa di essere al sicuro, di stare bene.

Lo lascio a prepararsi, la mia armatura è quasi tutta allacciata ed esco nella sala ad ordinare la colazione in modo che sia pronta per quando arriverà anche lui.
Saluto la locandiera con la mia solita gentilezza, e mi aspetto il suo consueto cenno sbrigativo, unito a quella tipica svogliatezza senile di chi fa lo stesso lavoro da troppi anni. Ultimamente ci abbiamo parlato spesso con quella donna, e oserei quasi dire che abbiamo fatto amicizia.
Ma la cosa che mi lascia a bocca aperta è che lei mi accoglie con un sorriso eccessivamente radioso, contagiandomi con un buon’umore del tutto inconsueto. Rimango a fissarla imbambolata qualche istante, prima di ricambiare i suoi sorrisi, seppur rimanendo incredula.

Shau arriva ancora sbadigliando e se si ricorda di salutare la donna è quasi per inerzia ed abitudine: provo a sgomitargli e a lanciargli qualche occhiata complice per alludere a quel fatto strano, ma non vedo reattività da parte sua.
Sbuffo e prendo un biscotto imboccandoglielo: dopo la colazione si sveglierà fuori, lo so.
Consumiamo il nostro latte caldo e i biscottini, salutiamo la donna stranamente allegra, e ci avviamo all’uscita. Mi concedo solo un altro sguardo alla sala cercando qualcuno, ma non c’è ombra di Vill.

Apro la porta e quasi mi viene un colpo: la stavo proprio pensando ed è lì davanti che ci aspetta fissandoci con quei suoi occhi troppo chiari.
Le chiedo come sta dopo quella brutta botta, ma sembra glissare la domanda come se ignorasse la cosa, lì per lì non ci do nemmeno troppo peso. Ci dice che ha cambiato idea, che ora vuole aiutarci.
Cerco di continuo lo sguardo di Etrigan per trovarvi conferme, ma mi basta la stretta decisa della sua mano: e va bene, vediamo cos’ha da dirci.

Ci porta nel retro della locanda, o di quel che ne resta, proprio dove poche notti fa è apparso quel fantasma. Il solo ricordo mi da un brivido che non riesco a celare: Vill adesso è proprio lì dove stava lui.
Inizia a raccontare di Athkatla, una storia che all’inizio mi sembra di sapere già, solo che questa parte da un diverso punto di vista.
E invece mi devo presto stupire: Vill narra di essere nata in una famiglia povera sì, ma non così tanto da morire di fame. Aveva un lavoro e stava bene dov’era, ma un famigerato e crudele pirata l’ha rapita perché diventasse sua moglie e schiava, portandola lì in quella casa a Ulgoth.
Non riesco a far a meno di trasalire e un brivido mi percorre la schiena. D’un tratto mi accorgo che il sole si accinge a tramontare ed inizio ad avere davvero paura.


Propongo di spostarci prima che scenda la sera, e Vill ci chiede di fidarci di lei, di afferrarle le mani per lasciarci portare in un luogo sicuro. La mia mano è nervosa e non riesco a reprimere l’inquietudine, ma Etrigan mi calma e mi esorta da andare fino in fondo.
E va bene. Facciamo come vuole l’anziana Vill, chiudiamo gli occhi e ci concentriamo sul luogo che lei ci descrive. Quando li riapro sono davanti ad una casa, in un quartiere di Athkatla, lo riconosco bene.
Mi chiedo come abbia fatto ad imparare una magia così potente, ma dimentico subito i dubbi, rapita dal continuo del racconto di lei.

C’è uno spettro inquieto, lo spettro di Andarasz, che non se ne andrà finché Vill sarà viva, finché ci sarà chi gli è sopravvissuto. E’ l’attaccamento a ciò che aveva in vita a tenerlo in quel limbo di non morte, la rabbia per non esser riuscito a portare a termine i suoi piani, e la morbosa possessività che ancora prova per quel luogo e il tesoro che nasconde.
Perché sì, pare che vi sia un tesoro là sotto, e si dice che ad appiccare l’incendio sia stato qualche pirata della sua ciurma, che ha provato a depredarlo.
Strana coincidenza che lo spettro sia apparso proprio quando ci eravamo decisi a scendere nei sotterranei della casa - penso per un secondo, subito distratta nuovamente dalla voce di Vill.
Ci dice che se vogliamo risolvere la situazione dobbiamo partire da lì, da quella casa ad Athkatla, e sparisce.
Osservo la porta nella quale è scomparsa e mi sento un peso opprimente al cuore, il battito accelera, ho paura.

Riapro gli occhi stropicciandomeli delicatamente, mettendo a fuoco con sonnolenta calma i contorni di una stanza che ormai mi è più che familiare. I raggi dorati si insinuano da oltre le grate e i vetri spessi, e mi chiedo se non abbiamo dormito troppo.

Etrigan mi guarda: ha qualcosa che non và. Io mi massaggio lentamente le tempie, mi sento stanca come se il sonno non mi avesse donato ristoro, e il ricordo di quel sogno strano mi inquieta un po’.
“Cosa c’è? Non stai bene? Io ho fatto un sogno strano..”
Scopriamo presto di aver sognato le stesse identiche cose, e l’inquietudine vaga che mi attanagliava diventa più consistente. Salto giù dal letto e mi vesto più rapida che posso, per spalancare la porta e correre dalla locandiera.
E’ apatica, triste e svogliata come sempre.
“Che diamine è successo?”

La carrozza procede a rilento sul sentiero inzuppato di tutta la pioggia che continua a cadere, affondando di tanto in tanto in qualche buca lungo la via, scuotendo la ragazza da un sonno inquieto e facendole riaprire gli occhi sullo stretto spazio del veicolo, pervaso del grigiore del cielo plumbeo.
Sfregandosi lievemente gli occhi si accorge di essersi addormentata contro Etri, ancora abbandonato al sonno in una posizione tutt’altro che comoda, e che con un braccio continua a cingere la vita di lei saldamente.
Sorride tra sé, distendendo l’espressione del viso pur provato, e soffermandosi a guardare lui dolcemente per qualche attimo. Sguscia poi via silenziosamente dalla sua stretta, dandogli un bacio sulla fronte e sistemandogli il mantello improvvisato come coperta sulle gambe.
Rischiando di fare un fracasso immane ai sussulti della carovana, mentre fruga tra le sue cose accatastate in un angolo, riesce a recuperare un quadernetto e si mette a scrivere, con una certa inquietudine ben visibile sul suo volto.


Caro diario, siamo nei pressi di Daggerford, diretti a sud. Il tempo avverso e la strada impervia stanno rendendo questo viaggio meno riposante del previsto, e dato che non riesco a dormire più di qualche minuto, è meglio se cerco di riordinare le idee.
Sono spaventata, spaventata e angosciata, già. Per quanto io cerchi di trovare un senso in questa storia, mi sembra di esser finita nel bel mezzo di un teatrino dell’assurdo, circondata dal caos e dall’insensatezza. Mi chiedo se in tutto questo delirio vi sia ancora una porta nascosta in un angolino, e se basti attraversarla per uscire da quest’incubo.

Dopo il sogno che abbiamo fatto io e Shau quella notte, ci siamo recati al tempio per chiedere consiglio divino a Selune. E’ stata una divinazione estremamente stancante e difficile, ma siamo riusciti ad ottenere qualche risposta utile.
Vorrei solo che la sua candida luce potesse spazzare via tutte le ombre riempire il mio cuore di un bagliore diffuso e rassicurante, ma so che dovrò accontentarmi soltanto dello spiraglio flebile che Lei mi offre per non perdere del tutto la ragione.
A quanto pare lo spettro non ci ha detto tutta la verità, e Vill è in combutta con altra gente, qualcuno che fa parte di un’organizzazione. Il suo cuore è corrotto, e il suo desiderio era mettere le mani sul tesoro, questo ormai è quasi certo, ma non riusciamo a capire nulla su questa presunta organizzazione.

La Dea ci ha sconsigliato di recarci ad Athkatla, in quella casa che abbiamo visto in sogno, ma dato che ogni appiglio veniva meno, e che brancolavamo nel buio più totale, abbiamo deciso di tentare lo stesso, con estrema discrezione.
Nel sogno vi era un simbolo su quella porta, ed era nostra intenzione verificarlo nella realtà. La città in pieno giorno era abbastanza caotica da permetterci di osservare con discreta disinvoltura, ma sulla porta non vi era nulla, nulla di nulla.
Shau però ha avuto un’idea: ha scritto un biglietto e l’ha lasciato scivolare sotto l’uscio, chiedendo un incontro alla locanda lì vicino. Dopo poco ci ha avvicinati un uomo, con un grembiule annerito, che con aria seccata ci ha detto che non aveva intenzione di lavorare per noi durante la pausa.
Per un attimo ho pensato che avessimo sognato qualsiasi cosa fino a quell’istante, e mi sono sentita piuttosto folle e ridicola. Ma Shau non si è perso d’animo, ed ha avuto un’idea brillante: con un po’ di soldi ha convinto il tizio ad affittarci l’abitazione che usava come negozio, la “nostra” casa incriminata, fingendo che fossimo due sposini viziati in luna di miele e che quella casa fosse l’ideale per noi.
Sarà che aveva davvero bisogno di soldi, o che siamo sembrati credibili, ma l’uomo ha ceduto, e poco dopo avevamo le chiavi in mano.

Sinceramente mi inquietava l’idea di entrare là dentro, soprattutto perché entrambi avevamo la netta sensazione di essere costantemente osservati e tenuti sotto controllo. Ma ormai ci eravamo troppo dentro per tirarci indietro, e nel marasma confuso in cui nuotavamo, quella casa poteva essere l’unico luogo pieno di risposte.
Ebbene, ci siamo entrati, ma ti assicuro che nulla poteva essere più deludente del non trovarvi assolutamente nulla. Era una casa normalissima, c’erano vari attrezzi da lavoro sparsi in giro, qualche mobile invecchiato, e nulla che potesse darci anche solo un minimo indizio.
Mentre cercavamo, però, hanno bussato alla porta. Etri si è nascosto, ed io ho cercato di soffocarmi il cuore in gola intimandogli di smettere di battere all’impazzata, e appena sono riuscita a darmi un contegno ho spalancato la porta.
Mi son ritrovata davanti un uomo con due baffi enormi, sgarbato e grezzo, che si è affrettato ad entrare. Mi ha detto qualcosa di insensato, a proposito di chiavi da otto che non c’erano e di che risposta avrebbe dovuto riportare al mittente.
Io ero veramente smarrita, ma ho cercato di temporeggiare e di chiedere di parlare direttamente con chi lo mandava. Credo che questo però lo abbia messo in allerta, dato che a quanto diceva non era mai possibile una cosa simile senza che la consegna fosse avvenuta, ma per fortuna Etri era già dietro di lui a chiudergli la via di fuga.

Credo abbia avuto paura all’inizio, ma gli abbiamo spiegato subito che non volevamo assolutamente fargli del male. Speravamo che avesse qualche risposta, ma non c’è stato verso di capire quasi nulla: era sono un messaggero, e non sapeva nemmeno lui esattamente per chi o cosa lavorava. Probabilmente era la scelta migliore quella di sapere il meno possibile per non correre troppi guai.
Ma noi eravamo daccapo, e appena lui fosse tornato con una risposta poco credibile, sarebbero certamente venuti a cercarci. Nonostante questo ci siamo ributtati a capofitto nelle ricerche, approfittando del poco tempo che ancora ci rimaneva, ma l’unica cosa che siamo riusciti a trovare sono stati dei pezzi di carta parzialmente carbonizzati tra le braci del camino.
Quando la porta ha ripreso a vibrare sotto pesanti colpi credo di aver tremato. Sono corsa a stringere Etrigan e ho pregato intensamente perché Selune ci riportasse al sicuro.

In un battito di ciglia eravamo al tempio a Waterdeep, e tutta la paura iniziava a scivolarmi via di dosso man mano che quell’atmosfera di divina e placida quiete invadeva il mio cuore.
Una volta tranquilli in locanda ci siamo messi ad armeggiare coi foglietti cercando di ricostruire l’insieme, aggrappandoci all’unico appiglio che ci rimaneva per capirci qualcosa, e vuoi sapere alla fine cosa c’era scritto?
“Verranno a chiederti la casa, tu gliela lascerai. Scriverai questo messaggio e lo troveranno qualora le cose vadano storte. V.”
Ho ancora i brividi se ci ripenso. Mi sembra di essere al centro di una spirale di assoluta insensatezza, una pedina abbandonata al centro di una scacchiera della quale non potrò mai vedere il disegno d’insieme.
Non ho più nemmeno teorie strampalate o ipotesi di nessun tipo, ma solo un’angoscia crescente e la paura di non riuscire a tirar fuori da questo guaio né me stessa né lui.
Lo guardo e vi vedo una bolla di quiete, per quanto breve e fragile, nel caos più assoluto. E desidero soltanto tornare ad abbracciarlo finché questo tempo continuerà a scorrerci addosso, lasciandoci una via di fuga da percorrere insieme.

Mi perdo nel suo sguardo e vi trovo tutta la forza necessaria per dichiararmi pronta a tutto: ho intenzione di andare fino in fondo a questa storia, e non mi tirerò indietro solo perché mi fa dannatamente paura.

Ho come la sensazione di essere sprofondata già troppo, e di avere i piedi completamente immersi in una melma che si fa giorno dopo giorno più viscosa e indefinita, inghiottendo me e lui.

Abbiamo tentato molte strade e nessuna ci ha portato realmente in nessun luogo. Continuiamo a raccogliere pezzi sparsi ma le estremità perseverano nel non combaciare.

“Scendiamo là sotto, qualunque cosa ci sia, è ora di gettarvi sopra un po’ di luce.”


L’edificio è in pessime condizioni e il passaggio è stretto e ostruito dalle travi. Lo gnomo ingegnere dice che non cadrà anche se spostiamo qualcosa, e così non mi faccio tanti scrupoli a tirare con forza la trave nella quale la completa si è incastrata.

Sono costretta a liberarmi della ferraglia: il passaggio è troppo stretto, e i cunicoli che si spiegano nell’oscurità innanzi a noi non promettono nulla di buono. Tengo la mano di Etrigan e mi rendo conto di stringere da far male, ma ho bisogno di dargli e darmi sicurezza.

Riusciamo a raggiungere la cantina sotterranea, un luogo buio e pieno di sporcizia e fuliggine in ogni dove. Riesco a vedere a stento oltre il mio stesso naso, e anche invocare la divina vista di Selune mi serve a poco.

Con cautela avanziamo facendoci largo tra detriti e oggetti abbandonati, respirando a fatica l’aria densa e scura, mentre mormoro intense preghiere alla mia Dea, chiedendole di darmi la forza per portare la purezza benevola della sua luce anche in un luogo in cui le tenebre sembrano dannatamente fitte e impenetrabili.

Non sappiamo cosa aspettarci, pensiamo semplicemente che in quella cantina vi sia il tesoro di Andarasz, e al massimo temiamo di trovarvi lo spettro stesso o qualcuno di quella fantomatica organizzazione.

Certo non possiamo immaginare cosa ci aspetta realmente.










Sangue ovunque, ampie chiazze per terra e sui mobili, tra lo sporco e la polvere, il tutto avvolto in uno spettrale silenzio. Il soffio dell’oscurità ci sfiora e ci circonda, e presenze impalpabili ci passano affianco facendoci rabbrividire.

Faccio appello a tutta la mia fede e cerco di dare coraggio anche a lui, ma le parole mi escono con voce spezzata e il timore attanaglia il mio cuore. Stringo con forza il simbolo della mia Dea e avanzo nonostante tutto, un passo dietro l’altro, consapevole di star scendendo in un abisso degli orrori.

Un’ampolla di sangue troneggia al centro di una stanza, e poco distante una voragine nera, simile a un pozzo, scende nelle viscere della terra.
Abbiamo come l’impressione di aver scovato qualcosa di veramente terribile, ma la mente vacilla e fatica a rimaner lucida di fronte a tanti orrori.

Continuo a pregare, e la premonizione mi permette di percepire con leggero anticipo l’arrivo di quattro figure armate. Non ci attaccano, ma le loro intenzioni sono altamente ostili, e il loro aspetto non ha più molto di mortale.
Non so come, ma riesco a farmi forza, e a cogliere al volo un’opportunità datami dalle parole di uno di loro, stuzzicato da Etrigan che ha fatto il nome di Andarasz.

Riesco a sviarli con le parole, e comprendo che vogliono liberarsi dello spettro, che infesta il luogo che questi vampiri ritengono ora la loro tana.
Convinco loro che io posso farlo, e che potremmo quindi trovare un accordo, ma ho bisogno di sapere di più sulla faccenda, solo così potrò infrangere il legame che tiene lo spettro ancorato al luogo. Mi credono, e riesco ad avere qualche informazione in più.

Etrigan nel frattempo ha un’altra ottima intuizione, e in un tacito accordo complice riusciamo a farli cadere nel nostro gioco. Gli facciamo capire che vi è un conflitto tra fazioni, e che se vogliono liberarsi di tutte le seccature devono non solo lasciarmi scacciare lo spettro, ma anche farci portar via il tesoro nascosto.


Riusciamo a farci mostrare il forziere, che a loro interessa ben poco, promettendo in cambio come garanzia una fiala del mio sangue, ma non gli diamo il tempo di vederci rispettare il patto: appena uno di loro si stacca dal gruppo e viene verso di me, per esigere il mio sangue, mormoro una breve preghiera e una luce intensa ed abbagliante lo travolge.

Sono scossa ed ho paura, temo seriamente di aver dato inizio alla nostra fine, ma sento i sibili delle frecce di Etrigan, che si susseguono rapidi e si conficcano con una precisione incredibile nel cuore dei vampiri, e mi faccio nuovamente forza, decisa a salvarci da tutto quell’orrore.

Riusciamo a sbarazzarci del gruppo che ci ha assalito, ma è solo questione di tempo e ne arriveranno altri.

Cerchiamo un modo per distruggere quel luogo, per farlo collassare su sé stesso e chiudere quella voragine nera nel pavimento, ma non abbiamo né i mezzi né il tempo necessario per farlo. Bruciare tutto? Già due volte ci hanno provato ed è stato inutile.

Non abbiamo più tempo: afferro la mano di Etrigan e cingo con l’altro braccio il forziere. Chiudo gli occhi e desidero ardentemente di trovarmi al sicuro.

Waterdeep, Casa della Luna: una ragazzina e un uomo ricoperti interamente di fuliggine si materializzano tra i fedeli al tempio, con un forziere ai loro piedi e uno sguardo allucinato di chi ha visto decisamente troppo.


La notte è serena e placida, accogliente nella sua oscurità trapuntata di piccole luci, e coronata da una luna argentea, adagiata stancamente tra le nubi nel cielo.

La sagoma della locanda è ormai ridotta a un lontano ricordo di qualcosa che un giorno viveva, provata dall’ultima violenta distruzione attuata da Neblin grazie a una potente magia, atta a seppellire le nefaste creature che si erano impossessate dei sotterranei.










Nella mia mano ho quella di lui, come se fosse naturale non riuscire a lasciarla e sentirla quasi mia, e negli occhi l’immagine di detriti ammassati e stagliati contro un cielo che si annuvola lentamente.
Cerchiamo lo spettro di Andarasz nel solito posto, lo chiamiamo e attendiamo pazientemente nella convinzione che come ogni volta apparirà in un alito di gelido vento mortifero. Eppure nulla accade, tanto che la schiacciante sicurezza di trovarlo si frantuma poco a poco, lasciando spazio a un turbamento pieno di domande.
Dovremmo esserci abituati ormai, a camminare nel buio pervaso da una fitta nebbia, tra cunicoli misteriosi e senza uscite, che continuano a inabissarsi in profondità verso un labirinto di domande senza risposta, invece mi sento ugualmente smarrita come una bimba in un bosco di notte.

E’ silenziosa persino la foresta poco distante, così quieta da trasformare la calma serenità della natura assopita in un’angoscia inspiegabile.
Ci guardiamo negli occhi cercando un appiglio l’uno con l’altro, e io annego in quei due laghi scuri senza trovarvi alcuna luce, ma soltanto un vortice che mi trascina sempre più giù. Sto quasi per dimenticarmi dove sono quando dei passi decisi sul selciato si dirigono proprio verso di noi.
Una figura femminile dai tratti comuni e l’aspetto per nulla minaccioso ci fissa accennando un sorriso che scopre denti bianchissimi, contornati da due labbra morbide e dipinte di un rosso acceso.
Conosce i nostri nomi e sembra sapere ogni cosa, ma scherma abilmente ogni domanda facendo crescere un senso di diffidenza misto a frustrazione.
Ne abbiamo passate così tante da quando è iniziata questa storia che quasi non ho più nemmeno paura, ma solo una sconsiderata e incosciente voglia di fare quel dannato passo in più che forse potrebbe farmi avere qualche risposta.
Ci vuole aiutare, dice, ma dobbiamo fidarci di lei.

Continuo a cercare i suoi occhi che mi parlano senza bisogno di dire nulla, e capisco perfettamente che la pensa come me. Accettiamo di tornare in quel sogno, anche se la sola idea mi angustia e so già che me ne pentirò.
Skie, la donna misteriosa di fronte a noi, recita una formula arcana che lentamente invade le nostre menti, e mentre i contorni delle cose sbiadiscono ho come la sensazione di attraversare il tempo e lo spazio, in una dimensione che non esiste e che non ha confini, fino a quando una pallida immagine concreta torna a invadere i miei occhi.
Siamo ancora nello stesso posto, eppure tutto è diverso. Una flebile foschia onirica dissolve le cose all’orizzonte, e mi sento strana, come se non esistessi.
Ma Shau è lì accanto a me, e anche Skie, trasfigurata in quello che sembra soltanto un riflesso cangiante di ricordo perduto riemerso dalle memorie sepolte.

Ci promette che ci spiegherà tutto, nei limiti di ciò che dobbiamo sapere, e con un gesto lento e innaturale delle mani evoca dinnanzi ai nostri occhi attoniti alcune figure, volatili e fluttuanti, sospese in quella materia instabile e misteriosa di cui sono fatti i sogni.
Sento il mio cuore che inizia a battere più forte, mentre fisso sbalordita me stessa che agisco in quelle visioni, e rivedo tutto ciò che è accaduto, con una concretezza e una veridicità che mi fanno dimenticare che è soltanto un sogno.
Istintivamente mi stringo ad Etrigan, ma lui è scosso quanto me, turbato dallo svolgersi di una recita impossibile che prende vita lì davanti a noi, costringendoci a rivivere ogni cosa con la prepotenza del passato che ritorna.
Mi scopro anche ad urlare, a pregare e a implorare, ma è come se la mia voce morisse soffocata in gola, e quando i vampiri si scagliano contro di noi riesco solo a chiudere gli occhi per non vedere, ma mi accorgo che invece è tutto finito.

Riprendo a respirare, e con aria sconvolta fisso la calma ritrovata del boschetto nel quale ci troviamo, io Etrigan e Skie, come se nulla fosse accaduto. Le ombre dei ricordi ci sono passate attraverso violentemente, riaprendo le ferite a malapena alleviate, e intensificando il senso di impotenza e preoccupazione che ci attanaglia da quando tutto ha avuto inizio.
E ora? Dopo il passato ci attende il futuro, e come nei più bizzarri dei sogni, mutevoli e indecifrabili, nella loro essenza senza nome e senza significato, l’incubo si trasforma in favola.

Siamo all’interno della locanda, ed è semplicemente perfetta: accogliente, ospitale, arredata in ogni dettaglio. E’ tutto come l’abbiamo sempre sognato e voluto, come l’abbiamo progettato nei nostri discorsi da sognatori, che sperano un giorno di ricostruire qualcosa facendola rinascere dalle ceneri, per ridare nuova vita e speranza, per creare qualcosa insieme, qualcosa che duri.
Mi sembra tutto così reale che quasi ci credo, ma Skie è ancora lì con noi, ed è il momento delle risposte.

Quel che vediamo è quel che può accadere se faremo come ci dice. Lei vuole che la locanda sia ricostruita, e dobbiamo farlo noi, così come era nostro desiderio. Ma in cambio non dovremo mai più indagare su nulla, e tenere ogni cosa per noi, racchiusa nello scrigno della memoria, colmo di tutti quei fantasmi che abbiamo visto poco fa.
Sono confusa, e continuo a fare domande, innervosita dal continuo trovarmi di fronte a qualcosa che non riesco a comprendere. Ma ogni nostra domanda si infrange contro i riflessi specchianti dell’eterea figura di Skie, e dobbiamo accontentarci solo di poche criptiche parole.
Lo spettro ha trovato pace, e ogni cosa è stata messa apposto, affinché noi possiamo riuscire nel nostro intento. E per farlo Skie si è servita di buona parte del tesoro, quel tesoro che dovrebbe esser custodito al tempio. Con il rimanente ogni spesa per la ricostruzione sarà coperta, e tutto sembra infine combaciare in un mosaico così perfetto che stento a credere possa esser tutto vero.

E’ una strana sensazione, sapere che tutto è risolto ma non sapere come. Mi trovo costretta a ingoiare le domande e soffocare l’angoscia, ripetendo a me stessa che se davvero le cose si sono sistemate io devo soltanto ringraziare il cielo.
In fin dei conti abbiamo squarciato un velo che copriva segreti dimenticati e terribili, decisi a gettare luce su ogni cosa, a costo di affondare in quell’incubo senza riserve, pur di venirne a capo.
E se non avessimo smosso le cose, forse non si sarebbero mai nemmeno risolte.
Ma l’amaro rimane in bocca, e per quanto il mio cuore si senta più leggero adesso, mi resta addosso la sensazione di camminare su una fune tesa, in bilico sopra a un burrone che contiene tutto ciò che non conosceremo mai.
Per fortuna sono una stupida sognatrice abituata a guardare in alto, verso le stelle.

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Trascinati dal nostro stesso volere, trasmettiamo immagini sfocate.
Ruotano attorno a noi, materializzando ogni ricordo e animandolo su una tela onirica la cui vista scuote gli animi: questa è la magia di Skie.
Penetra il nostro mondo, affondando le sue spire nelle profondità della coscienza, spingendoci a studiarne ogni anfratto remoto e riportando in superficie frammenti troppo fragili per essere maneggiati da un tocco insicuro.
Abbiamo aperto così tante porte, che ora quattro mani non bastano a sigillarle di nuovo.
Lasciamo che sia lei a farlo al posto nostro: madre amorevole intenta a rimboccare le coperte ai propri figli.
Ciò che rimane alla fine è soltanto la gioia di poter ricominciare a costruire i propri sogni, trave su trave, mista a quel pizzico di amaro in bocca lasciato dal non comprendere il prezzo realmente pagato per ottenerla.
Il Falco Lunare: non esistono parole migliori per descrivere queste due esistenze. Costruiremo la locanda insieme, come abbiamo sempre fatto, alimentando le nostre fatiche con i nostri desideri.

La osservo silente mentre sposta la prima trave e arriccia lievemente il naso, illuminandosi di quello sguardo curioso di cui ormai mi è impossibile fare a meno. Paradossalmente, la conversazione con Lucas mi torna alla mente proprio in quell’istante.
Siamo davvero ciò che doniamo agli altri: siano cicatrici o estatici momenti di paradiso.
Continuare a fuggire lontano, cavalcando il vento come solo un predatore notturno sa fare, perde il suo fascino quando il fuoco che ti alimenta si fa sempre più distante.
Per la prima volta nella tua vita, sai che i tuoi piedi si stanno posando sull’unica terra che mai vorresti calpestare. Lasci che il buio riveli la tua presenza e le tue mani avvolgono le sue spalle in un abbraccio che ricorda la perfezione.

Mezzanotte, le nuvole si muovono, ma al di la di esse vi è sempre un cielo in cui spiccare il volo.




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